La spia – A Most Wanted Man. Questione di metodo

Diretto da Anton Corbijn, La Spia – A Most Wanted Man è un’opera significativa per più motivi: intanto, è l’ultima grande interpretazione del compianto Philip Seymour Hoffman e, cosa non da poco, un film di spionaggio che sa fuoriuscire dallo schema di genere per raccontare altro. Tratto da un romanzo di John Le Carrè, come il raffinato La Talpa, sa condurci nel mondo oscuro e sommerso dello spionaggio internazionale con fascino e perizia d’altri tempi.

In una cupa e piovosa Amburgo, Günther Bachmann (Philip Seymour Hoffmann), un agente dell’intelligence tedesca, controlla i movimenti di un gruppo terroristico legato ad ambienti dell’estremismo islamico. In questo delicato compito viene coadiuvato da un fidato team di collaboratori in grado di inserirsi all’interno del substrato sociale che nutre questa forma di eversione, accattivandosi la fiducia delle persone coinvolte. Da qui nasce lo scontro tra Günther e le autorità statunitensi. Quando, infatti, Issa Karpov (Grigoriy Dobrygin), un neo-convertito all’Islam di origini cecene, entra illegalmente in Amburgo, i servizi segreti americani vogliono avventarsi subito sul giovane per scongiurare il pericolo di possibili attentati. Solo grazie ai metodi meno dirompenti di Bachmann e del suo gruppo si riuscirà a dipanare il bandolo di una intricata matassa che vede coinvolti un noto filantropo che risiede in zona, tale Dr. Abdullah (Homayoun Ershadi), ed un losco banchiere interpretato dal serpentino Willem Dafoe.

Il nocciolo dell’opera, dunque, è proprio il contrasto tra i due metodi di investigazione, che rappresenta invero anche uno scontro tra culture, quella europea e quella americana, molto diverse sebbene alleate contro la piaga del terrorismo. Gli americani si rivelano ancora una volta sostenitori di un’azione muscolare e avventata che distrugge il lavoro certosino e raffinato fatto da Günther. Egli è più interessato al processo che porterà al risultato finale, come un felino aspetta nel buio che la preda manifesti le sue debolezze prima di attaccare, cercando di conoscere a fondo il proprio nemico, così a fondo che arriva quasi al punto di comprenderne le ragioni. Per gli americani, invece, conta solo il risultato nel più breve tempo possibile. La regia ricalca perfettamente le atmosfere della storia con inquadrature ravvicinate e piani sequenza girati in ambienti chiusi e stretti che ne accentuano la sensazione claustrofobica. Le scene girate prevalentemente in notturna e le strade bagnate di pioggia ci trasportano in un’ambientazione tipica del noir così come  il personaggio di Seymour Hoffman, con le sue caratteristiche di detective cinico, malinconico e stropicciato. Un grande attore per un’ultima emozionante interpretazione.

Maria Rita Maltese

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