Olmi e la Grande guerra: “Basta fanfare, bisogna chiedere scusa a quei giovani traditi”

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Dalla sua stanza d’ospedale milanese, dov’è ricoverato per una sospetta broncopolmonite, l’83enne Ermanno Olmi non le manda a dire. Doveva scendere a Roma per presentare “Torneranno i prati”, il suo atteso film sulla Grande Guerra; non ha potuto per motivi di salute, quindi manda un video messaggio «ai signori giornalisti» alla vigilia dell’anteprima di martedì 4 novembre che vedrà la presenza del presidente Giorgio Napolitano. In contemporanea, circa 200 proiezioni tra Ambasciate, Consolati e Istituti di cultura. Scandisce il regista di “L’albero degli zoccoli”: «Appena mi hanno proposto di fare qualcosa su questo tema, il mio pensiero è andato subito a mio padre. Aveva 19 anni quando venne chiamato alle armi. A quell’età l’esaltazione dell’eroicità infiamma mente e cuori soprattutto dei più giovani. Scelse i Bersaglieri, battaglioni d’assalto, e si trovò dentro la carneficina del Carso e del Piave, che segnò la sua giovinezza e il resto della sua vita».
Il prologo serve a preparare l’affondo: «La verità è che noi italiani, nei decenni, abbiamo compiuto un grande tradimento nei confronti dei giovani, soldati ma anche civili, che sono morti in quella guerra. Adesso celebriamo il centenario, con fanfare, bandiere, discorsi… Dovremmo invece ricordare quel tradimento. Mi auguro che, nel celebrare l’armistizio del 4 novembre con qualche spunto di riflessione, troveremo il motivo quanto meno per chiedere scusa».
Scatta l’applauso in platea. Non che Olmi dica cose poi così originali, ma le dice bene, con quieta e carismatica densità di pensiero. Continua: «L’idea di Patria, di amor patrio, si è disciolta nel corso dei decenni. Ma quei ragazzi mandati al macello nelle trincee ci avevano creduto. Poi hanno dovuto constatare sulla propria pelle che era una grande bugia, i nemici veri non erano i soldati austriaci, bensì coloro che li spedivano a ucciderli, chiusi nell’arroganza dei ceti aristocratici al potere».
“Torneranno i prati”, avrete capito, è un titolo fortemente simbolico. Il senso viene chiarito dall’ultima frase di questo film breve, appena 80 minuti, ma anche spettacolare nel ricostruire un avamposto ad alta quota sommerso dalla neve. I prati hanno ricoperto oggi quelle trincee, dove morirono in tanti, spesso inutilmente, per il capriccio di alti comandi militari inetti. Il rischio è di dimenticare tutte quelle sofferenze, anche se la natura celebra la vita.
Girato in parte a 1.800 metri sull’altipiano di Asiago, sotto tre metri di neve, “Torneranno i prati” esce giovedì 6 novembre in un centinaio di copie distribuito da 01-Raicinema. Costo: 3 milioni e 200 mila euro. È interamente ambientato in una notte di luna piena, nel novembre del 1917, mentre si profila la disfatta di Caporetto. Alberto Barbera l’avrebbe molto voluto alla Mostra di Venezia, ma Olmi, forse scottato dall’accoglienza che ricevette nel 2011 l’irrisolto “Il villaggio di cartone”, ha preferito sottrarsi alla pressione mediatica, al contesto festivaliero. Adesso, dall’ospedale, il regista evoca Camus: «Se vuoi che un pensiero cambi il mondo, prima devi cambiare te stesso». E sembra fare il paio con una frase che echeggia nel sottofinale del film: «Se un uomo non sa perdonare, che uomo è?». Ma chi deve perdonare e chi, in questa storia feroce di gelo, uomini e topi?
Naturalmente “Torneranno i prati” non intende rivaleggiare, specie sul piano delle masse in movimento e delle battaglie kolossal, con film come “Orizzonti di gloria” di Kubrick, “Uomini contro” di Rosi o “War Horse” di Spielberg. «Tutto il nostro racconto non è realistico, ma evocativo, anche nei costumi, l’ho pensato, scrivendolo, in tre fasi: abdicazione dalle regole, apprendistato e allucinazione» suggerisce Olmi. Otto i personaggi principali, di cui non sappiamo nomi e cognomi, ma solo i ruoli: per dire, il Maggiore Claudio Santamaria, il Tenentino Alessandro Sperduti, il Capitano Francesco Formichetti, il Conducente di muli Andrea Di Maria. Lassù, a pochi metri dalla trincea austriaca, un manipolo di soldati italiani tiene la posizione sfidando la neve, la fame, la paura. Dal fondovalle arriva il ruggito sempre più rabbioso dei mortai; ma anche l’ordine, portato a cavallo da due ufficiali consapevoli dell’assurdità, di tirare un cavo del telefono più in su, per spiare meglio le mosse nei nemici.
Un fantaccino napoletano intona teneri canzoni come “Fenesta ca luciva”, applaudito dagli austriaci; ma poi si torna a sparare, a morire, a curare i feriti, a seppellire i morti, mentre i campanelli legati ai cavalli di Frisia spandono lugubri rintocchi e qualcuno parla di Dio che non c’è.
Il film, minimalista e poetico, a tratti può ricordare “Lettere da Iwo Jima” di Eastwood, nel senso che è nutrito di sospensioni, attese, digressioni, dentro una luce desaturata a un passo dal bianco e nero. E il sentimento antiretorico, «quasi a concordare una tregua dalla nostra stupidità» scherza Olmi, è ben reso dalla dosata partitura malinconica di Paolo Fresu. Sarebbe bello che si ripetesse il miracolo commerciale del “Giovane favoloso”, alla faccia di tante commedie e commediacce.

Michele Anselmi

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