Caro ministro, allunghi lo sguardo Oltralpe

Versione estesa di un articolo pubblicato su Il Fatto Quotidiano di oggi

È un peccato che a fine ottobre il nostro ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini non abbia potuto essere presente al simposio che si è tenuto a Firenze durante il Festival del cinema francese, “France Odeon”, diretto con passione da un regista italiano, Francesco Martinotti. Avrebbe potuto ascoltare dalla bocca di importanti produttori e autori d’oltralpe quanto sappiano farsi rispettare in tutto il mondo. Cosa che da noi accade raramente. Durante gli incontri fiorentini una senatrice del partito del ministro, Rosa Maria Di Giorgi, ha annunciato a sorpresa che il prossimo gennaio si metterà mano a un disegno di legge che la nostra industria attende sin dal lontano 1967, quando il socialista Achille Corona abbozzò un dettato i cui articoli sono divenuti oggi obsoleti e chiaramente inadeguati. Ben venga dunque una nuova normativa, sperando che non sia uno dei tanti annunci governativi ai quali non sempre seguono fatti concreti. Troppe riforme, è vero, “giacciono sepolte in una bara”, come si legge in un crudele editoriale di Michele Ainis, il costituzionalista del Corriere della Sera. La prima cosa che colpisce della legislazione francese è che si tratta di un sogno.

La missione del Centro Nazionale di Cinematografia, che da Parigi coordina l’industria audiovisiva, è quella di “finanziare il sogno dei creatori di immagini, permettendo alla Francia di essere il primo partner del cinema d’autore nel mondo”. Hanno cominciato a credere nei sogni sin dai tempi di André Malraux, scrittore e ministro, fautore di una politica di “grandeur”. E’ del 1947, grazie a Malraux, l’introduzione del principio che la cultura va finanziata facendo leva fiscale su tutti i componenti che fanno parte della filiera. E poiché sognare comporta il rischio di astrazione, ecco piovere misure tutt’altro che astratte: 690 milioni di euro investiti lo scorso anno a sostegno del cinema, contro i nostri miseri 187. Un sogno dunque assai concreto. Sono persino riusciti a far pagare una tassa agli americani, i quali se vogliono staccare biglietti al box office francese devono lasciare in loco una quota alla produzione nazionale. E dopo i primi mugugni, alla fine si sono covinti che conviene pure a loro. Da noi una cosa simile l’aveva fatta digerire a Hollywood Giulio Andreotti. Walter Veltroni quando fu nominato ministro della cultura pensò invece di graziare gli americani, levando l’imposta. Il risultato è che da allora non versano neppure più un euro nella nostra filiera. Provate a fare affari in America e vedrete quanti oboli dovrete lasciare, giustamente, sul loro territorio. Vedi la multa milionaria che si è appena beccato Marchionne per essere venuto meno alle regole di Washington.

Ho sempre pensato che la vera differenza tra il cinema francese e il nostro non è tanto di natura monetaria, bensì psicologica. Loro si amano alla follia e infatti tutti i loro film sono carichi di narcisismo, spesso anche un po’ eccessivo. Gli stessi loro attori, da Gérard Philipe ad Alain Delon, sono dannatamente belli. Invece i nostri, vedi i divi della commedia all’italiana, da Alberto Sordi a Vittorio Gassman, interpretano di preferenza il ruolo del brutto-sporco-cattivo, l’italiano mediocre e smargiasso, sui cui difetti amiamo irridere, mentre i francesi se ne guardano bene. In realtà la Francia attribuisce alla cultura un impegno prioritario. Ma attenzione, non si tratta di soldi investiti a fondo perduto. Per ogni euro messo nell’audiovisivo, ne tornano indietro ben 21. Il comparto dell’audiovisivo produce un valore aggiunto diretto, indiretto e indotto pari a 16,2 miliardi di euro, che corrisponde all’1% circa del PIL. Laggiù lo scorso anno si sono venduti 193 milioni di biglietti, da noi solo 106. Ci sono 5.500 sale, da noi meno di 4.000 e ogni anno ne chiudiamo a decine, specie nei centri storici. Come si finanziano i francesi? Il 10,72% viene prelevato dall’incasso nelle sale, il 5,5% è attinto dal fatturato delle televisioni, il 2% dalla copia privata (vendita DVD e affini, incluso Internet). Alla fine della filiera si reperiscono sul nercato circa 1.000 milioni di euro. Dati inoppugnabili che noi non osiamo neppure sognare. Siamo all’assurdo che la Cineteca di Bologna, all’avanguardia nel mondo, è più sostenuta a Parigi che a Roma. Come se non bastasse, i francesi, convinti che la televisione, con la mediocrità di molti suoi programmi, danneggi il sapere, hanno messo a dieta le reti pubbliche e private, inducendole a versare quote consistenti di fatturato a sostegno dei beni culturali. Da noi Matteo Renzi ha annunciato l’imminente riforma della Rai. Vedremo se sarà capace di fare altrettanto, oppure se dietro al patto del Nazareno si nasconda una scellerata pax televisiva a danno delle nostra psiche. E’ appena stata pubblicata una inchiesta inglese sulla disinformazione nella nostra società. Vengono messi in rilievo dati per noi umilianti: tra 14 paesi presi a campione, l’Italia è al primo posto del “Index of ignorance”. Seguono Corea del nord, sud Africa, Spagna e Ungheria. Stiamo freschi.

Roberto Faenza

Lascia un commento