Lo sciacallo. I media e la morale nello spietato ritratto di Dan Gilroy

Come molti giovani della sua generazione, Lou Bloom vive sulla propria pelle gli effetti devastanti che la globalizzazione ha avuto sul mondo del lavoro. Durante un lungo periodo di disoccupazione intervallato da qualche lavoretto, si imbatte casualmente in degli “sciacalli”, ovvero dei fotogiornalisti freelance che tutte le notti corrono freneticamente da un capo all’altro di Los Angeles a caccia di video ad effetto da vendere alle Tv. Affascinato da questi personaggi, Lou decide di provare a seguire le loro orme.

In uscita il 13 novembre, Lo sciacallo è il primo lungometraggio diretto da Dan Gilroy – distintosi in passato come sceneggiatore, qui anche produttore insieme allo stesso Jake Gyllenhaal – che firma uno dei più eloquenti ritratti della generazione definita da molti perduta, ovvero quella dei venti-trentenni che si trovano oggigiorno a barcamenarsi tra contratti precari, a termine, a progetto, senza raggiungere mai una definitiva stabilità. E tutta questa frenesia, questo spostarsi e muoversi in continuazione, questa ricerca perenne che non giunge mai ad un risultato definitivo – afferma il film – porta alla disumanizzazione dell’individuo. Mentre nel capitalismo vecchio stampo, l’individuo subiva l’alienazione della catena di montaggio e della vita nelle grandi metropoli, il capitalismo degli ultimi decenni crea dei mostri come Lou: individui non solo alienati ma anche privi di scrupoli, di pietà, e di umanità, il cui unico scopo è il raggiungimento degli obiettivi. La situazione lo fa sprofondare in una dimensione quasi animalesca: la caratterizzazione messa a punto da Jake Gyllenhaal è abbastanza eloquente, Lou è magrissimo, con occhi perennemente sbarrati ed un volto imperturbabile o aperto in quello che più che un sorriso si definirebbe un ghigno.

Un altro aspetto importante che caratterizza il personaggio di Lou è l’utilizzo costante di frasi che sembrano provenire direttamente da tutta quella letteratura motivazionale che fa capo al Jobs pensiero (il motto “stay hungry, stay foolish” sembra calzargli a pennello). Steve Jobs non viene citato esplicitamente, ma il suo spirito permea il protagonista che, verso la fine, sarà addirittura vestito come il padre della Apple all’inizio di carriera. Dopotutto è quello il modello di successo del giovane: non vuole solo diventare un bravo telereporter o arricchirsi con questa attività, vuole creare un’azienda ispirandosi alle grandi multinazionali. Mentre delinea questa desolante situazione socio-economica, Gilroy non trascura di lanciare la sua critica nei confronti del mondo dei media nel personaggio di Nina, la direttrice del canale di informazioni a cui Lou da l’esclusiva dei suoi servizi. Nina parla molto chiaramente al giovane indicandogli ciò di cui il suo canale ha bisogno: notizie incentrate sulla criminalità di minoranze etniche o di ceti poveri nei confronti della middle class bianca di Los Angeles. Ancora i media che evidenziano ed esasperano i conflitti sociali. I media come nuovo Circo che fornisce, come nell’antichità, lo spettacolo del sangue e della morte: una fascinazione ancestrale che fa ancora presa sullo spettatore moderno e, teoricamente, civilizzato. Unendo a questa ricchezza di contenuti l’aspetto spettacolare tipico del genere, Lo sciacallo si rivela un film con una marcia in più.

Maria Rita Maltese

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