Wes Anderson. Genitori, figli e altri animali, intervista a Ilaria Feole

In Wes Anderson. Genitori, figli e altri animali (Bietti Heterotopia) analizzi l’opera del regista texano mettendo in risalto i riferimenti letterari e cinematografici che l’hanno ispirato, il concetto di famiglia, in senso lato e specifico, ancora un gusto che guarda all’Europa pur rimanendo tipicamente americano. Qual è stata la tua “prima visione” sul corpus andersoniano? Perché un libro sul suo cinema?

La scelta nasce, in primis, da una passione personale di cinefila: con i film di Wes Anderson sono cresciuta, l’ho scoperto come spettatrice molto prima di iniziare a occuparmi di cinema a livello professionale e l’ho sempre percepito come uno degli autori più amati dal pubblico appartenente alla mia generazione (e non solo). Anche da questa osservazione ha preso le mosse la monografia: dal tentativo di indagare le ragioni di un successo, dell’amore di una certa fetta di spettatori nei confronti di un cineasta ancora giovane eppure perfettamente riconoscibile e riconosciuto anche da frequentatori poco assidui delle sale. In secondo luogo si trattava di una lacuna ancora da colmare: se ancora può essere definito autore di nicchia, Wes Anderson è sempre più affermato anche in Italia, dove dopo l’exploit di I Tenenbaum, anche il recente Grand Budapest Hotel è stato campione d’incassi. Con soli 8 lungometraggi all’attivo, la sua poetica è già compiutamente riconoscibile e compatta, eppure  una monografia organica dedicata alla sua opera, nel complesso, non era mai stata pubblicata nel nostro paese. Nell’ottica della collana Bietti Heterotopia, che si propone di inquadrare la settima arte nell’ambito del più ampio sistema socioculturale in cui è inserita, mi sono posta l’obiettivo di analizzare in modo approfondito il corpus di Anderson in relazione al panorama cinematografico contemporaneo e all’immaginario che lui ha contribuito a forgiare. Procedendo in ordine cronologico, ho ripercorso i 20 anni di produzione cinematografica del regista, indagando i riferimenti letterari, cinematografici e musicali che hanno forgiato il suo sguardo e il modo in cui il suo stile ha, a sua volta, dato voce a un sentimento collettivo e forgiato un’estetica condivisa.

Nell’acuta introduzione, Peter Bogdanovich fa riferimento a un “Anderson touch”. In che modo si potrebbe definire questo particolare tocco?

Bogdanovich, fin dal titolo del suo saggio, fa riferimento alla “visione”: il tocco di Anderson è, infatti, soprattutto nello stile. Uno stile visivamente inconfondibile che, nelle parole del suo esegeta Matt Zoller Seitz, si fa sostanza: un’estetica che, fin dal suo esordio, pur essendo un regista giovane e autodidatta, è stata espressione di una concezione precisa fin nei minimi dettagli della sua opera in divenire. L’”Anderson Touch” che Bogdanovich gli attribuisce è quello di un autore che sa veicolare, tramite ogni elemento maniacalmente curato della messa in scena (dalla scenografia ai costumi alla colonna sonora), la sua visione del mondo e la sua poetica.

I detrattori imputano al regista un fastidioso “girare a vuoto”: nelle pagine che dedichi a Le avventure acquatiche di Steve Zissou o a Il treno per il Darjeeling, tra gli altri, spieghi questa caratteristica come uno dei motivi-motore della sua opera… Puoi parlarcene?

Lo scollamento fra la vita interiore dei personaggi di Anderson e la realtà concreta che li circonda è uno dei cardini della sua filmografia: esploratori falliti, avventurieri fallaci, genitori svogliati, sono eroi delle proprie sghembe narrazioni. Protagonisti di avventure e di viaggi in cui non conta realmente la direzione, ma solo il movimento: Anderson si fa portavoce del solipsismo, del narcisismo e dell’immaturità delle sue creature, piene di ambizioni e sogni senza una reale applicazione. Questo sentimento si riflette in romanzi di formazione senza sbocco, in avventure che, appunto, girano a vuoto, non hanno un punto di arrivo, aderiscono all’interiorità di adulti bloccati in un’eterna adolescenza.

Qual è la differenza sostanziale tra i film Wes Anderson e quelli degli amici-registi che orbitano intorno a lui, penso a Noah Baumbach o a Roman Coppola?

Nonostante gli evidenti punti in comune, a partire dalla tematica del padre assente e della famiglia disfunzionale, la cifra peculiare di Anderson si trova proprio in quello stile che diventa sostanza: sono i brani musicali e i costumi a veicolare i sentimenti dei suoi protagonisti, dando vita a una messa in scena stratificata e complessa che sutura lo script con gli aspetti visivi dell’opera in modo singolare e inequivocabile.

Parallela ai titoli per il cinema scorre l’attività di regista di commercial di Anderson, qual è la sua caratteristica specifica?

Sicuramente quella di essere, prima ancora che spot pubblicitari del prodotto reclamizzato, veri e propri spot del “prodotto” Wes Anderson: giocati sulla riconoscibilità del suo stile, delle sue inquadrature simmetriche, delle cromie assonanti di scenografie e costumi, sono mini-saggi della sua estetica, che inglobano il marchio da pubblicizzare fra le pieghe dell’”Anderson Touch”. Il caso più eclatante è quello dello spot per l’American Express, ironico e spavaldo esercizio di stile in cui Anderson si mette in scena in prima persona nell’atto di creare una sua immaginaria opera cinematografica, legittimando il suo status di autore e rivolgendosi a un pubblico già fidelizzato.

Indichi nel tema del personaggio incapace di conoscere quello che lo circonda, il mondo in senso generale, il filo rosso di una poetica: in che modo le esperienze biografiche di Anderson hanno fatto sedimentare questo cruccio?

Gli eroi di Anderson hanno molto in comune con lui, a partire dalla provenienza da famiglie statunitensi bianche, borghesi, agiate e colte. Il “dramma” dei suoi protagonisti è quello di essere cresciuti nel privilegio e nella mancanza di conflitto, di essere fruitori costanti di un certo tipo di cultura che ha imbevuto le loro fantasie e le loro aspettative, senza mai fornire loro concreti strumenti per conoscere il mondo. In questo senso la vicinanza di Anderson ai suoi personaggi è notevole: anche lui è nato e cresciuto in una famiglia benestante e istruita, ha consumato grandi quantità di letteratura, canzoni pop, cinema e televisione; ha seguito un percorso scolastico umanistico (all’università ha studiato filosofia) e inseguito le proprie passioni in modo ostinato. Per sua stessa ammissione, nonostante la sua professione l’abbia portato a girare il mondo e a vivere parecchi mesi all’anno in Francia, si sente ancora un perfetto straniero a Parigi, non conosce bene la lingua e non memorizza le strade. Durante la lavorazione di Fantastic Mr. Fox si è rinchiuso in una camera d’hotel parigino dirigendo in remoto la realizzazione del film e ricostruendo tramite email e schizzi disegnati tutto un mondo immaginario. La sua volontà di creare, all’interno dei suoi film, universi in miniatura completi in ogni dettaglio pare rispondere al medesimo desiderio dei suoi protagonisti, quello di rinchiudersi in un luogo fantastico che ha poche aperture sul reale.

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