Torino Film Festival: si riparte senza direttori-star (per fortuna)

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Per fortuna il Torino Film Festival è sempre più divertente e meno ingessato delle conferenze stampa di presentazione. Magari un severo riflesso sabaudo interviene nelle dinamiche comunicative, tanto più ora che la rassegna sotto la Mole, giunta alla 32ª edizione (21-29 novembre), non sfodera più un direttore star venuto da Roma ma una tosta critica e saggista del calibro di Emanuela Martini. O forse, nell’ansia di citare il programma film per film, sezione per sezione, enumerando decine di titoli che nessuno ha ancora visto (o quasi), si finisce un po’ col perdere di vista il cuore del problema: che festival fare e come farsi seguire da pubblico e stampa?
Che ci sia una certa crisi in materia, risulta evidente: il Festival di Roma, dopo la malinconica nona edizione, ha visto il congedo del direttore Marco Müller e speriamo che il nuovo cda sceglierà con cura il successore, senza inventarsi un timoniere-star, attore o regista; la Mostra internazionale del nuovo cinema di Pesaro non se la passa meglio, con il direttore “storico” Giovanni Spagnoletti licenziato, dopo tre lustri, dal sindaco Matteo Ricci senza essere neppure interpellato: ha saputo da un articolo del “Resto del Carlino” che al suo posto verrà, forse, l’attore Luca Zingaretti, che era alla ricerca di un approdo per il suo festivalino “Hai visto mai?”.
Ma torniamo a Torino. Letto sulla carta, il menù, scelto dopo aver visionato circa 4.000 film, è come sempre ricco, vario, cinefilo e popolare insieme, fitto di scoperte e recuperi, non legato alla tirannia delle anteprime mondiali e più simpatico nell’andamento controcorrente, istituzionale ma non troppo. Qualche titolo tra i 197 in cartellone? Gemma Bovary di Anne Fontaine, Wild con Reese Whiterspoon, Magic in the Moonlight di Woody Allen, The Homesman di Tommy Lee Jones. Il Tff si fa con 2 milioni e 200 mila euro, quasi un miracolo, rispetto ai quasi 7 del Festival di Roma chiusosi, come dicevamo, in una certa desolazione; e naturalmente l’essere così radicato in città aiuta a non farne una roba per vip da tappeto rosso, una manifestazione ossessionata dalla scelta della “madrina”.
Magari a Torino avrebbero preferito che Paolo Virzì, direttore solo nel 2013, fosse rimasto. Ma il regista, si spera in corsa per l’Oscar, ha preferito tornare al mestiere che gli è più congeniale, conservando un’affettuosa collaborazione alla voce “guest director”. Martini così assume a pieno titolo il ruolo di timoniera, dopo essere stata vice con Nanni Moretti, Gianni Amelio e appunto Virzì. Del primo loda «il rigore», del secondo «la passione», del terzo «lo spirito pop». Lei ci metterà «la curiosità». Più, si intende, «la voglia di scoprire delle cose (stili o abbozzi di stile, invenzioni, ritorni al passato, commistioni con altre forme espressive, sperimentazioni eccentriche) e la presunzione di aver conservato un occhio abbastanza attento per scoprirle».
In effetti, per dirla proprio con Virzì, «il Tff è uno dei pochi festival dove, se entri in una sala a caso, non becchi mai una fregatura, sennò il pubblico, esigente com’è, sradica le sedie». Sul manifesto in bianco e nero spicca una bella fotografia del regista Jerry Schatzberg, quello di Lo spaventapasseri, e certo il new american cinema è una passione antica della direttrice. I film sono tanti, divisi tra Torino 32, Festa mobile, After Hours, Diritti & Rovesci, Onde, Torinofilmlab, omaggi vari (Julian Temple, Giulio Questi, Josephine Decker), Premio Cipputi. A proposito di Cipputi, l’operaio disegnato da Altan: pare non sia stato facile trovare film sui temi del lavoro, quasi fosse ormai un tema rimosso anche dai giovani registi. Vorrà dire qualcosa?

Michele Anselmi

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