Melbourne: dall’Iran un dilemma morale che non riesce a farsi metafora

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Si fanno le valigie per Melbourne, dove i due giovani sposi iraniani Amir e Sara si trasferiscono per motivi di studio. Nella casa di Teheran, tra cellulari che squillano e collegamenti via skype con un amico già in Australia, c’è aria di febbrile smobilitazione, pure ansia mista a distrazione: infatti nessuno si accorge, fino al diciassettesimo minuto del film, che la figlia neonata dei vicini, affidata alla coppia dalla babysitter impegnata per qualche ora, non dà segni di vita. Sembrava dormisse placidamente, invece no: è morta. Come dirlo al padre che l’ha sottratta alla madre naturale e ora è venuta a prendersela prima di essere arrestato? E soprattutto: dirlo?
Geometrie da kammerspiel, tutto in interni, con una punta di suspense tesa a suscitare crescente disagio, meglio angoscia, nello spettatore. L’esordiente Nima Javidi si chiede «se questa coppia riuscirà a vivere ancora insieme dopo tutto quello che succede». Aggiunge: «Credo che la caratteristica più affascinante e, insieme, terribile degli esseri umani sia l’imprevedibilità». Certo l’epilogo non rassicura.
In effetti, Melbourne, a partire dal titolo fuorviante che evoca un lontano Altrove, una fuga dall’Iran odierno, è un film moralmente spiazzante. I due sposi, incapaci di affrontare la tragedia di cui pure non sono responsabili inconsapevoli, tergiversano, mentono, accampano scuse, pur di non dire semplicemente la verità. Diventando essi stessi complici di un misfatto che si vorrebbe altamente simbolico, forse sin troppo per il respiro del film: costruito come un thriller in cui viene ritardata all’infinito l’unica cosa da fare, solo che l’imbarazzo non si traduce in un ritratto di sapore universale, nel racconto di un dilemma etico.
Lui è Peyman Moaadi, lei Negar Javaherian, bravi, confusi e pavidi, ben serviti dalla regia. Ma forse suonano esagerati certi entusiasmi cinefili: «Sembra un film di Polanski girato con la semplicità di Hitchcock». Quando mai?
Ma piacerà probabilmente a chi ha apprezzato Una separazione di Ashgar Farhadi e, se ha avuto l’occasione di vederlo alla Mostra di Venezia 2014, Ghesseha di Rakhshan Banietemad. Nelle sale dal 27 novembre.

Michele Anselmi

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