I toni dell’amore: due gay maturi, New York, la Chiesa e una lezione di stile

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Sapevate che Il Trono di Spade, la tumultuosa serie tv fantasy della Hbo, è di gran moda nella comunità omosessuale statunitense? Lo svela, scherzandoci un po’ sopra, I toni dell’amore, ovvero Love is Strange, il denso film di Ira Sachs nelle sale da giovedì 20 novembre, targato Koch Media. In compenso manca I Will Survive di Gloria Gaynor, altro must gay, e per fortuna, perché il film non è affatto prevedibile o rassicurante.
Una storia del genere potrebbe uscire da una costola del bel documentario di Gianni Amelio Felice chi è diverso, se non fosse che qui in Italia due omosessuali non possono ancora unirsi in matrimonio, e chissà se mai succederà (Renzi batti un colpo!).
Due gay non più giovani, il settantunenne Ben e il sessantenne George, vivono insieme da 39 anni. Si amano teneramente, dormono ancora volentieri insieme nello stesso letto, abbracciandosi, in un quieto appartamento di Manhattan arredato con gusto. Ben è pittore di un certo talento, benché non riconosciuto dalla critica; George dà lezioni di pianoforte a domicilio e dirige un coro di ragazzi in una scuola cattolica. Decidono finalmente di sposarsi: e tutto va per il meglio il giorno delle nozze, festeggiate tra amici non solo omosessuali e parenti con figli. Ma i guai arrivano quasi subito. George, prima tollerato dalle gerarchie ecclesiastiche e anzi lodato per le sue capacità di docente, viene licenziato in tronco a causa di quel passo istituzionale. Di colpo tutto crolla. Non potendo più disporre di uno stipendio fisso, i due devono vendere sottocosto l’amato appartamento; e in attesa di trovarne un altro devono dividersi: Ben alloggerà presso il nipote sposato Elliott, George presso una coppia di poliziotti gay, al piano di sotto.
Pare facile a quell’età… Il pittore, svagato e un po’ dandy, si sente presto di troppo in quel contesto familiare già roso da qualche frizione non solo per via dello spazio risicato: il figlio della coppia “progressista” non sopporta di dividere la stanza con l’intruso agé, la donna non riesce a concentrarsi sul nuovo romanzo, il marito è distratto, assente. Quanto a George, si sente invaso dal caos in quella casa rumorosa, con troppe feste, troppi giovani, troppa musica.
In effetti ha ragione la critica Paola Casella quando scrive su MyMovies: «Qualunque sitcom o film piacione hollywoodiano avrebbe raccontato questa storia come una farsa, con tanto di siparietti (o battutacce) gay. Il cinema indipendente avrebbe invece forzato l’aspetto pedagogico, accentuando in positivo il valore trasformativo della presenza di Ben e George nelle “vite degli altri”». Ira Sachs sceglie una strada diversa, più sensibile e sottotono, venata di malinconia ma non piagnona, fotografando il disagio di tutti i personaggi e facendo affiorare il senso di sofferenza vera che la lontananza forzata procura ai due vecchi amanti.
Naturalmente c’è il côté intellettuale newyorkese, si ascoltano Chopin e Rachmaninoff, qualcuno frequenta corsi di cromoterapia, si smania per la Francia. Ma il meglio del film sta nei toni appunto gentili e pazienti, in quelle sequenze lasciate scorrere oltre i tempi “naturali” del montaggio, quasi a spiare i personaggi nelle code narrative, evitando svolte narrative a effetto, piegando il melodramma romantico alla descrizione di una precarietà inattesa: la perdita di reddito e di status, l’imbarazzo nel chiedere aiuto, la rinuncia a un tranquillo menage.
Ben è John Lithgow, impeccabile nei suoi abiti di lino, lo sguardo addolcito dalla barba bianca, ormai lontano dai ruoli paranoici che l’hanno reso famoso; George è Alfred Molina, misurato e paziente verso il compagno non sempre sincero, anche lui barbuto. Li doppiano bene Luca Biagini e Francesco Pannofino, restituendo per quanto possibile l’atmosfera un po’ crepuscolare, che preannuncia la svolta drammatica.
Si parla di omosessualità, anche ingiustamente vessata, e magari non sarebbe male se qualcuno in Vaticano lo vedesse. Ma, al di là di questo aspetto, I toni dell’amore sembra dirci che perdere le certezze è un attimo, per ogni coppia, e che le strettoie dell’esistenza sono imprevedibili, sempre.

Michele Anselmi

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