Hunger Games. Grigia dissezione dei sistemi propagandistici in attesa di un finale

Il fenomeno mondiale degli Hunger Games ideati dalla scrittrice Suzanne Collins continua ad appassionare generazioni di ragazzini con Hunger Games: Il Canto della Rivolta – Parte 1. L’atto terzo trova l’eroina Katniss Everdeen (Jennifer Lawrence), che ha annientato per sempre i sanguinosi Giochi, rifugiata nel sotterraneo e oscuro Distretto 13. Qui si nasconde la resistenza alla ferrea dittatura del presidente Snow (Donald Sutherland). Sotto la guida dello stratega e comunicatore Plutarch Heavensbee (Philip Seymour Hoffman), della presidente Alma Coin (Julianne Moore), e con i consigli dei suoi amici più fidati, Katniss riveste il ruolo della Ghiandaia Imitatrice. Simbolo della rivolta, la ragazza spiega le ali e inizia la sua battaglia per salvare Peeta (Josh Hutcherson), prigioniero di Snow e di Capitol City, e l’intera nazione mossa dal suo coraggio. Il primo capitolo, regia più sporca e meno scontata di Gary Ross (Pleasantville), conteneva scene discutibili per il pubblico young adult (bambini e adolescenti che si massacravano a vicenda in puro stile Battle Royale) pur con interludi poetici (come la morte della piccola Rue e il pietoso seppellimento tra i fiori bianchi ad opera della protagonista Katniss). Il secondo capitolo nuova regia (Francis Lawrence) e tendenza video clip. Una corte di Capitol City rosa confetto a metà tra Versailles e un Gay Pride. Scenografie romane con tanto di bighe e grandiosi giochi gladiatori. E per i 12 distretti abiti e scene che rimandavano ai lager e ad un’estetica nazista. Squadroni di polizia a metà tra Star Wars e Fahrenheit 451. Katniss era una giovane Diana cacciatrice, sempre armata di arco e faretra poco incline alle love story. Nel terzo round, Hunger Games: Il Canto della Rivolta – Parte 1 grigia e quasi inutile attesa di un finale all’altezza (almeno lo speriamo), Francis Lawrence torna dietro la macchina da presa. E noi seguiamo i passi di Katniss, eroina riluttante. Nel primo film voleva salvare la sua famiglia. Nel secondo, ha cercato di salvare i suoi amici e sé stessa. Ora inizia a capire l’impatto che le sue gesta hanno sul resto del mondo. Orfani dell’aspetto rutilante e macabro dei Giochi, privi degli sgargianti costumi, perfino le musiche del plurinominato agli Oscar James Newton Howard sono sottotono, resta solo una nenia in stile blues The Hanging Tree (L’albero degli impiccati) – scritta dalla Collins e cantata dalla protagonista – che diviene il leitmotiv della rivolta. La presidente Coin pare quasi l’altra faccia della medaglia del presidente Snow: entrambi gelidi e senza umana pietà. La propaganda che serve le due parti, dittatura e resistenza, la manipolazione della realtà a fini bellici, sono uno dei pochi pregi della pellicola capace (come la saga letteraria alla sua base) di dissezionare schemi e falsità propinati dai media ma dubitiamo che le schiere di teenager seduti in sala prima avidi e poi delusi dalla mancanza di sangue e azione ne abbiano colto appieno il senso. Attori tutti in stato di grazia – dai più giovani Jennifer Lawrence, Josh Hutcherson e Liam Hemsworth ai più maturi Julianne Moore, Donald Sutherland, Stanley Tucci, Woody Harrelson e Philip Seymour Hoffman – al servizio di una pellicola di passaggio, figlia della tendenza hollywoodiana ad ottimizzare costi e incassi dividendo (spesso insensatamente per gli spettatori) i finali delle saghe di maggior successo (sulla scia di Harry Potter e Twilight). Ora toccherà pazientare fino al novembre 2015 per un finale che si annuncia tragico ed esaltante, ultima interpretazione del geniale Seymour Hoffman, alla cui memoria questa prima parte è dedicata.

Francesca Bani

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