Parigi non brucia: quella notte del 1944 secondo Schlöndorff (bravi gli attori e pure i doppiatori)

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Curioso, no? Tutti i critici italiani, sia pure con toni diversi, hanno scritto bene di “Diplomacy. Una notte per salvare Parigi”, film del tedesco Volker Schlöndorff desunto fedelmente dalla pièce teatrale “Diplomatie” del francese Cyril Gely. Chi ha appezzato questa sorta di kammerspiel bellico, ambientato perlopiù in una lussuosa stanza d’albergo parigina, al Meurice Hotel, nella notte tra il 24 e il 25 agosto 1944, sa bene che il film è una sorta di elegante corpo a corpo tra gli attori André Dussolier e Niels Arestrup, i quali già a teatro avevano incarnato i rispettivi personaggi. Cioè il console svedese Raoul Nordling e il generale nazista, nonché governatore militare, Dietrich von Scholtitz. Bravi, bravissimi, nel restituire la metaforica partita a scacchi, fatta di ambiguità, minacce e mezze verità, che alla fine portò il generale tedesco, di cui Hitler molto si fidava, a non dare corso agli ordini categorici: fare esplodere letteralmente Parigi, monumenti, chiese e ponti in primis, perché restassero solo rovine, desolazione e morti affogati dall’esondazione innaturale della Senna. Ebbene, nessuno ha citato, neanche tra parentesi, i nomi dei due doppiatori che fanno parlare i due contendenti sul filo del rasoio. Il che è curioso, perché in film come questi, comunque si giudichi il ricorso al doppiaggio, il risultato estetico/espressivo dipende anche dalla forza, dalla scelta e dalla credibilità delle voci. Sbagli doppiatore e anche il migliore attore americano, inglese, russo o francese risulta azzoppato, pur nella “falsità” insita nella pratica (certo che sarebbe meglio vedere i film in lingua originale con i sottotitoli). Due esempi diversi, ma difficilmente contestabili, di voci sbagliate? Massimo Popolizio che fa Tom Cruise in “Eyes Wide Shut” o Pierfrancesco Favino che doppia Daniel Day-Lewis in “Lincoln”.
Nel caso di “Diplomacy” rimediamo noi di Cinemonitor alla dimenticanza dei recensori. Sono Stefano De Sando e Gianni Giuliano, calabrese, classe 1954, il primo; savonese, classe 1948, il secondo. De Sando dà voce all’insinuante console svedese, Giuliano al granitico generale nazista, pronto a far saltare la Ville Lumière, tra un attacco d’asma e molte perplessità sul valore strategico di quella distruzione.
Il film ha un illustre precedente, “Parigi brucia?” di René Clement, 1966, ma in quel contesto l’incontro tra i due, incarnati da Orson Welles e Gert Fröbe, era un episodio marginale della vicenda, tutta costruita, in chiave di kolossal, sul ruolo della Resistenza francese. Qui no: Schlöndorff, regista di film come “Il tamburo di latta”, fa appena prendere aria alla partitura teatrale, lasciando che i due mattatori si confrontino, sulla base di qualche documento storico ma con le invenzioni drammaturgiche del caso, in quella stanza d’albergo, fornita addirittura di una scala segreta usata un secolo prima da Napoleone III per raggiungere una sua amante.
Punteggiato dalla Settima sinfonia di Beethoven che evoca la minaccia imminente e irrobustito da spezzoni d’epoca in bianco e nero, il film è una resa dei conti sul filo delle ore, anzi dei minuti: perché da qualche parte, in una stanza dell’Assemblea Nazionale, un artificiere tedesco è pronto ad abbassare la leva del detonatore, in modo da distruggere Parigi, che vediamo oscurata, magica e “finta” dal balcone della stanza, in meno di un quarto d’ora. Non andò così, per fortuna, e lo spettatore lo sa; non sa, invece, come andò il match dialettico tra lo scaltro diplomatico svedese, che aveva già ottenuto da Choltitz la liberazione di tremila prigionieri politici, e il roccioso antagonista tedesco pronto a non consegnarsi agli Alleati ormai alle porte. I due, nella realtà, si rincontrarono solo undici anni dopo, nel 1955, e ci si chiede perché gli americani ebbero tanta generosità nei confronti di quel capo militare nazista distintosi nel massacrare ebrei a Est durante la guerra.
Diplomazia, appunto. Con tutto ciò che ne consegue: ipocrisia, allusioni, minacce, blandizie, promesse, inganni, anche un buon bicchiere di whisky al momento giusto e una fede nuziale destinata forse ad essere buttata in un tombino. Schöndlorff orchestra una regia funzionale alla dimensione claustrofobica, la macchina è mobilissima ma non sfodera virtuosismi inutili, pronta a cogliere sguardi furtivi e segni di impazienza. I due doppiatori fanno il resto.

Michele Anselmi

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