Su gli scudi: tornano i Vichingi, per Odino e per il Valhalla

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

I film sui Vichinghi sono un po’ come i film western o i film mitologici (i “pepla” avrebbe detto lo scomparso Lino Micciché). Ogni tanto qualcuno ci riprova, sull’onda della nostalgia o di qualche ricerca di mercato, con l’ambizione di “risuolare” il genere con l’aggiunta di effetti speciali prodigiosi o di contaminazioni fantasy. Ecco nelle sale, a quindici anni da “Il 13° guerriero” e a sette da “Pathafinder. La leggenda del guerriero vichingo”, questo nuovo “I Vichinghi”, che in originale si intitola “Northmen. A Viking Saga”, quasi a immaginare un seguito, o anche due, nel caso l’operazione funzionasse al botteghino. Diretto dallo svizzero Claudio Fäh con capitali tedeschi ma ovviamente girato in inglese per il mercato planetario, il filmone è divertente, epico, avventuroso e sanguinario quanto basta per divertire non solo i ragazzini cresciuti con la playstation.
Il sottoscritto, per esempio, non sa resistere al richiamo spettacolare di quei bellicosi predatori nordici. Sarà perché da bambino mio padre mi portò a vedere il villaggio vichingo costruito a Canale di Lemme, un piccolo fiordo sulle coste istriane, laddove Richard Fleischer nel 1958 aveva girato “I Vichinghi” con Kirk Douglas e Tony Curtis. Da allora appena sento pronunciare sullo schermo parole come Erik il Rosso, Odino, Valhalla, rune, idromele, benseker o drakkar e vedo elmi coi corni, barbe bionde o scudi tondi, be’, torno un po’ bambino, pregustando il viaggio nel tempo, dalle parti del IX secolo dopo Cristo.
La curiosità di questo nuovo “I Vichinghi” è che, grazie a Dio, non ci sono di mezzo mostri sovrannaturali e poteri occulti. Tutto è molto realistico, virile, crudele, anche se il film è stato realizzato – magia del cinema, non sorridete – quasi tutto in un Sudafrica, dalle parti del Capo di Buona Speranza, travestito da Scozia prima dell’anno 1000. Esiliati e cacciati dalla propria terra, un manipolo di guerrieri vichinghi progettano di saccheggiare il monastero inglese di Lindisfarne, ma una tempesta perfetta fa a pezzi la loro barca a vela e uccide parecchi di loro. I naufraghi sopravvissuti, guidati dal prode Asbjörn, si ritrovano sulle coste scozzesi, e non fanno in tempo a salire su per le scogliere a picco che già si ritrovano a combattere contro i soldati di re Dunchaid. Lì arriva la prima sorpresa: chiusa in un carro c’è la figlia del sovrano, Lady Ingheam, una bella e volitiva pollastrella che il più affamato dei Vichinghi brutalizzerebbe all’istante. Ma Asbjörn, che è buono e forse già un po’ innamorato, propone di usarla per ricavarne dei soldi. Solo che Dunchaid, alquanto arrabbiato per l’affronto, si guarda bene dal pagare il riscatto; e anzi spedisce i suoi “Lupi”, mercenari feroci dei Carpazi capitanati da due “vilain” diabolici, per riprendersi la figlia, senza immaginare che gli inseguitori dagli elmi a forma di teschio hanno ben altri progetti…
Costruito in una chiave da “Anabasi”, cioè un lunga e faticoso viaggio verso il villaggio amico di Danelaw, ovviamente trapunto di insidie e colpi di scena, “I Vichinghi” non va tanto per il sottile. Sfodera battute del tipo «Chi si arrende diventa schiavo» e si diverte a trasformare il monaco guerriero Conall, s’intende incappucciato e laconico per via di un senso di colpa mai superato, nel miglior alleato dei tosti e pagani normanni. «Non mi fido dei cristiani, predicano la pace a governano con la spada» protesta all’inizio il più sospettoso dei Vichinghi, ma poi sarà tutta una gara di solidarietà contro i cattivi che rispuntano ogni volta da qualche parte della brughiera.
Gli attori, da Tom Hopper a Ryan Kwanten, da Ed Skrein a James Norton, sono più muscolosi che bravi, tutti ornati di parrucche, tatuaggi e cicatrici, ma funzionali al tono della storia scandita a tratti – bella idea – dal rock heavy metal dello svedese Johan Hegg. Lady Ingheam, una sorta di sexy Capuccetto Rosso, è l’irlandese Charlie Murphy. Se ci sarà un seguito, di sicuro finirà a letto col nobile Asbjörn.

Michele Anselmi

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