Il conflitto delle idee. Il cinema come possibilità di un altro mondo, intervista a Giona A. Nazzaro

In libreria – per la collana Heterotopia della Bietti – Il conflitto delle idee, una raccolta di interventi pubblicati su MicroMega negli ultimi cinque anni, ne abbiamo parlato con l’autore, Giona A. Nazzaro.

Il conflitto delle idee conferma un metodo critico dal segno forte, riconoscibile, volutamente lontano dal coro: ricerchi di continuo il cinema-cinema contro una sua idea anestetizzata… Puoi parlarcene?

Il tentativo degli interventi per MicroMega è quello di uscire dal recinto del cinema utilizzato come sostegno per discorsi altri. Il cinema come supporto emotivo di un contenuto legato all’attualità o decorazione di banali scorciatoie sociologiche. Ho provato a ricordare che il cinema, in quanto strumento linguistico a sé stante, possiede nell’articolazione delle sue forme poetiche tutto il necessario per intervenire con autonomia, forza e precisione nell’agone delle idee. Ho tentato, quindi, di osservare il fatto filmico in questa sua autonomia e non come subalterno a un progetto ideologico esterno; e anche di allontanarmi, però, dagli assolutismi di una cinefilia ormai meramente autoreferenziale, incapace di dialogare con quanto percepisce come “fuori” dal perimetro del proprio pensiero; di trovare quindi un modo per restituire al cinema la sua complessità di pensiero cercando contemporaneamente una chiave di lettura che ne rispettasse l’indipendenza, per porlo in un dialogo, che mi auguro fertile, con quanto ci circonda.

Costituito dagli interventi pubblicati nell’ultimo quinquennio per MicroMega online, il tuo libro rimanda a una forma-testo in voga qualche anno fa, penso agli annali di Grazzini per Laterza oppure a quelli di Lietta Tornabuoni per Baldini & Castoldi. Cosa c’è di diverso?

La diversità spero stia nell’approccio. Non si tratta di limitarsi a rubricare i film usciti in un determinato arco di tempo, quanto di individuare quei titoli con i quali è possibile – o meno – instaurare un dialogo filmico. Titoli che si aprano al rischio di un pensiero tangenziale all’esistente o che possano addirittura metterlo in crisi. Opere che dialoghino con il cinema in quanto storia e forma delle sue possibilità e che, di conseguenza, offrano un’immagine del suo posizionamento nell’insieme dei nostri discorsi. Cinema come piacere del testo, evidentemente, ma anche come traccia di un discorso politico capace di originarsi dallo specifico filmico.

In questi pezzi destinati al web non applichi particolari forma di autocensura, continuando a esprimerti come hai sempre fatto: credi che il lettore online, dunque, non sia così sprovvisto o disattento come vorrebbe qualcuno?

Il lettore è il lettore. Ho iniziato a scrivere quando ancora si usava la macchina da scrivere e si spedivano i fogli redatti via fax. Passando attraverso la fase dei floppy spediti per posta. Sono consapevole che esiste una generazione di autori cresciuta interfacciandosi direttamente con la rete e che questo ha dato vita a una nuova tipologia di linguaggio e scrittura. Per quanto mi riguarda, la sfida consiste non nel differenziare fra un lettore cartaceo e uno digitale, bensì nel ripensare costantemente il mio rapporto con il cinema stesso. Oggi, nel nostro Paese, la riflessione cinematografica è ostaggio di scuole che non parlano fra loro: accademia, cinefilia crossmediale, cinefilia militante, cinegiornalisti, hacker compulsivi. Ognuno con il proprio bagaglio di conoscenze che sembra esso stesso l’ostacolo primario alla possibilità di un dialogo. Ognuno dotato del proprio linguaggio, ognuno rigorosamente orgoglioso di ignorare cosa accade in casa del vicino: succede così che chi sa tutto di Alan Moore o Frank Miller non sia interessato a conoscere Lav Diaz o Roberto Minervini. E viceversa. Le cose, inutile dirlo, sono più complesse. E non si tratta di evocare lo spirito di un eclettismo ecumenico dove tout se tient. No. Il punto è comprendere come la diversificazione di quella che Marco Müller individua come “pubblici sensibili” ha di fatto modificato profondamente il panorama stesso del cinema contemporaneo. Bisogna iniziare all’attività della critica cinematografica con spirito “curatoriale”, smettere di rubricare l’esistente e iniziare a pensare come muoversi in queste nuove strutture dell’offerta cinematografica. Soprattutto occorre accettare l’idea – ma è una cosa acquisita da decenni – che quanto ci ostiniamo, per ragioni di categoria o altro, a considerare “Il cinema” non lo è più da moltissimo tempo. C’è altra vita là fuori.

In che modo le “possibilità di spazio” offerte dalla rete hanno cambiato i connotati stessi della riflessione intorno al cinema? Nell’introduzione, Marco Müller parla di «maturità della nuovissima critica cinematografica online».

La rete permette la creazione di spazi di libertà prima impensabili. Alcune delle migliori riviste di cinema si trovano online. E non è un caso che quelle cartacee fatichino a seguire la velocità di elaborazione critica delle testate digitali. Vorrà dire qualcosa se anche Filmcritica ha avvertito il bisogno di darsi una nuova veste digitale. Vorrà dire qualcosa se alcuni degli interventi critici che più hanno provocato discussioni sono originati dalle pagine di Filmidee. La rete, in quanto tale, permette una mobilità che la carta non ha. La rete può essere sia orizzontale che verticale. La carta no. Personalmente sono un cartaceo, per quanta riguarda i libri. È innegabile, però, che la rete permetta alla critica di ragionare anche in termini strutturalmente simili al movimento delle immagini in… movimento. Si tratta di un vero e proprio cambiamento percettivo che a sua volta ha provocato una profonda mutazione del pensiero stesso. Cosa che non significa che ci si trovi automaticamente di fronte a mutamenti qualitativi. Eppure, la forza della nuova critica cinematografica digitale è indiscutibile. Ha generato un vero e proprio terremoto gerarchico, in particolare nei paesi anglosassoni e in Francia. Da noi un po’ di meno, ma ci stiamo arrivando. Ovviamente, parafrasando il grande artigiano di effetti speciali Giannetto De Rossi quando parla di CGI, “garbage in, garbage out”. Ossia: a monte ci sono sempre le idee, che siano su carta o in rete di idee trattiamo. E queste non dipendono dalla tecnologia, per quanto banale possa essere questa considerazione.

Sebbene le scelte siano state imposte dall’attualità delle uscite in sala, c’era una scrematura da parte tua oppure MicroMega chiedeva il pezzo sul film specifico? Già nel preferire un titolo ad un altro si può trovare una precisa linea di pensiero…

Il titolo lo sceglievo io. Qualche volta c’era una scambio di idee con il caporedattore del sito, ma in genere decidevo sempre io di cosa occuparmi.

Il conflitto delle idee prende in considerazione film usciti tra il 2009 e il 2014: scrivi una recensione entusiastica di Noi credevamo, «probabilmente il miglior film italiano degli ultimi decenni», sottolinei le qualità di Su Re di Giovanni Columbu, dei lavori di Guadagnino, Maresco, dei “nuovi” Taviani, Placido, ancora dei maestri Bertolucci e Bellocchio. Un quinquennio di buono o ottimo cinema italiano?

In questo arco di tempo abbiamo vissuto soprattutto l’affermazione definitiva della qualità del documentario italiano. L’unico vero cinema politico prodotto dal nostro Paese da tempo immemorabile. Un cinema che ha saputo rilanciare la centralità del territorio e che la maggior parte dell’intellighenzia ha mancato semplicemente perché questi film non sono usciti al cinema o non si vedevano in televisione. Di Leonardo Di Costanzo si è iniziato a parlare quando ha realizzato il suo primo film di finzione. Poi per fortuna ci ha pensato il Leone d’oro a Gianfranco Rosi a porre all’ordine del giorno la centralità della questione del documentario italiano. Il ritardo, però, con il quale in Italia ci si è accorti di quanto stava accadendo ripropone in forme diverse la dicotomia rete-carta. Significa che i luoghi del cinema si moltiplicano, ma non gli sguardi, che restano invece aggrappati alle loro modalità fruitive abituali. E poi, sì: autori come Columbu, Maresco, oppure nomi “nuovi” come Guadagnino, maestri come Bellocchio e Bertolucci, non rappresentano tanto il cinema italiano, quanto la sua resistenza. Inevitabile che il dialogo con loro sia privilegiato. Un dialogo improntato all’ascolto. Basti pensare a Mario Martone.

La difesa di The Tree of Life contro la miopia di certa critica, Holy Motors inteso come canto del cinema, gli autori totem (Cronenberg, Bellocchio, Assayas, Spielberg)…

Il cinema è la possibilità di un altro mondo. Alcuni autori incarnano questa possibilità e altri non la contemplano nemmeno. Inevitabile amare coloro che la incarnano. Coloro che nella purezza del loro gesto non fanno altro che riaffermare che il cinema, per quanto totale, non è tutto. Riaffermando questo limite dell’amore nella pienezza di un cinema che si offre soprattutto come pensiero del cinema stesso.

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