Magic in the Moonlight: se Woody Allen parla di ragione e magia (pure di Dio)

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Ci sono due frasi che forse meglio di altre chiariscono il discorso filosofeggiante di “Magic in the Moonlight”, opus numero 43 di Woody Allen, tra le sue migliori: «Quello che vedo con gli occhi è tutto quello che c’è» proclama il razionalista allergico a ogni dimensione divina o soprannaturale; «Il mondo può essere privo di senso, ma non di una certa magia» sorride l’anziana signora britannica, zia dell’altro, che non rinuncia a farsi sorprendere dall’esistenza.
Avrete capito che dietro la scorza lieve, da commedia anni Venti ambientata nel sud della Francia, illuminata dalle tinte arancioni di Darius Khondji, il vecchio Woody parla di sé, del tempo che passa e dei pensieri che si porta dietro; e lo fa nel modo migliore, come in “Basta che funzioni”: senza troppe didascalie, con l’aria di scherzare sulle giravolte e casualità del vivere, affidando al romance sentimentale il compito di nutrire la riflessione sui limiti e gli effetti di una razionalità illuminista eletta a totem, impugnata come un’accetta, trapunta di pessimismo o travestita da agnosticismo. Intendiamoci, il regista ebreo non si interroga direttamente sulla presenza di Dio, ma forse, senza saperlo, dà un senso in forma di film a quella bella frase di un pastore protestante valdese. Recita: «Chi non crede dubita di Dio, chi crede dubita di se stesso».
A quanto pare, poi, la Francia fa bene a Woody Allen, creativamente, ben più di Spagna e Italia, dove ha girato i suoi film più brutti, cioè “Vicky Cristina Barcelona” e “To Rome with Love”. Francia d’antan, stereotipata ma non cartolinesca, come era quella di “Midnight in Paris”, che nel 2012 valse al regista un Oscar alla sceneggiatura, e ora questa di “Magic in the Moonlight”, nelle sale dal 4 dicembre targato Warner Bros. Racchiuso nella misura aurea di 98 minuti, aperto come sempre da una canzoncina jazz d’epoca, qui Cole Porter, il film sfodera un tono leggiadro e sbarazzino, vagamente survoltato, che dopo un incipit nella Berlino del 1928, dove vediamo cantare Ute Lemper alla maniera di Marlene Dietrich, trasporta l’azione dalle parti della Costa Azzurra, solare e ventosa.
L’innesco della vicenda è semplice quanto promettente. Un famoso prestigiatore inglese, tal Stanley Crawford, che si esibisce nei più grandi teatri travestito da cinese col nome Wei Ling Soo, è chiamato da un suo amico d’infanzia per smascherare una sedicente medium, Sophie Baker, venuta, con la madre dall’America profonda, Kalamazoo, Michigan, per la precisione. Carina e aggraziata, la chiaroveggente è ospite della ricca famiglia Catledge, e nella villa sul mare tutti sembrano essersi innamorati di lei: la padrona di casa che vuole entrare in contatto col marito scomparso, il figlio farloccone che vorrebbe sedurla cantandole serenate con l’ukulele. Naturalmente Stanley, animato da più coriaceo degli scetticismi e pronto a far cadere la scure della razionalità su quel ramo di occultismo, è sicuro che la ragazza sia un’imbroglioncella, appena più brava e scaltra di altre già da lui punite. Però Sophie le azzecca tutte, ogni informazione “percepita” risulta vera, anche le più private, sicché, complice una gita in Alfa Romeo che finisce per via della pioggia dentro un planetario, un po’ come succedeva in “Manhattan”, Mister Razionalità comincia a vacillare, sempre pomposamente, ma decisamente. Il resto meglio non rivelarlo, per non togliere la sorpresa allo spettatore.
La cornice anni Venti, un po’ “Grande Gatsby”, tra vestiti fruscianti, orchestrine hot jazz, completi di lino e feste danzanti, serve a Woody Allen per allestire, mentre nella vicina Germania si prepara la guerra, una sorta di divertente ma non superficiale partita a scacchi sui temi del sovrannaturale, della fede religiosa, del pessimismo. Il regista non prende partito, ci fa credere una cosa e poi la smentisce, ma intanto il dubbio è istillato e la “magia” farà il resto.
Ci sono battute azzeccate in linea con lo spirito del regista. Tipo: «Non esiste niente di genuino, è tutto fasullo, dal tavolo a tre gambe al Vaticano». Oppure: «L’unico superpotere che conosco brandisce una falce». Ma il film è più profondo e insinuante di quanto mostri di voler essere, anche le citazioni da Hobbes e Nietsche, mischiate a evergreen jazz come “Sweet Georgia Brown”, servono a delineare il match tra l’arrogante illusionista padrone dei trucchi e la soave ragazza dai possibili poteri divinatori.
Colin Firth ed Emma Stone, bene doppiati da Stefano Benassi e Domitilla D’Amico in linea con il clima da commedia sentimentale, stanno al gioco, ciascuno indossando un abito di scena che corrisponde a un abito mentale. Si fa il tifo per lei, la provinciale che viene da Michigan per farsi impalmare e vivere nell’agio, e vai a sapere se le sedute spiritiche siano davvero animate da una sincera trance; ma importa che il presuntuoso Stanley un po’ alla volta le creda, mettendo in crisi il proprio castello di valori, imparando a riconoscere la differenza che esiste tra la sua magia da cabaret per ricchi e la Magia impalpabile che volteggia nell’aria battendo un colpo o due, ogni tanto.

Michele Anselmi

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