Gay, non macchiette (o quasi): quattro storie omosessuali al cinema

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Senti dire: «Ancora coi diritti dei gay? Uffa che barba». Poi leggi che in Siria due giovani omosessuali, uno di 18 e l’altro di 20, sono stati lapidati in piazza dall’Isis, e i loro corpi non sono stati riconsegnati ai parenti. Leggi anche, purtroppo, che l’impagabile Maurizio Gasparri cinguetta twitter siffatti: «Patetico epilogo per @Guido Barilla passato dalla difesa della famiglia alla subalternità a lobby gay @BarillaUs non compriamo più Barilla». Il vicepresidente del Senato vuole boicottare i prodotti Barilla, neanche fosse uno dei Centri sociali. Solo perché, dopo la gaffe di un anno fa largamente esecrata, l’industriale della pasta ha ottenuto un riconoscimento da parte di “Human Right Campaign” per aver introdotto nelle sue aziende americane alcune tutele a difesa di gay e transgender.
Il cinema, per fortuna, sfodera un atteggiamento migliore. Il caso vuole che nel giro di un mese e mezzo escano quattro film, parecchio diversi l’uno dall’altro nello stile, nella sensibilità e anche nella riuscita, che parlano di vita omosessuale rivolgendosi anche agli eterosessuali. Già in sala l’americano “I toni dell’amore” di Ira Sachs e l’italiano “Scusate se esisto!” di Riccardo Milani. Nel primo, due gay avanti con gli anni, interpretati da John Lithgow e Alfred Molina, si sposano a New York dopo una vita sotto lo stesso tetto, e quel passo ufficiale farà perdere il lavoro a uno dei due e poi l’amata casa a Manhattan, costringendo la coppia a una malinconica separazione forzata. Nel secondo, l’architetta Paola Cortellesi, tornata da Londra e subito frustrata, deve rivolgersi al macho gay baffuto Raoul Bova affinché, istruito a dovere, sia un uomo a presentare i suoi progetti utili a riqualificare il quartiere degradato di Corviale; in cambio lei fingerà d’essere la sua fidanzata quando viene a trovarlo il figlio. «Non mi avevi detto che eri omosessuale» protesta lei all’inizio. «La prossima volta me lo scrivo in fronte, oppure me ne vado in giro con i tacchi a spillo e le piume di struzzo» replica lui.
Due film incomparabili: quieto, senile, profondo l’americano. Tutto equivoci e faccette, farsesco l’italiano, benché firmato anche dallo sceneggiatore gay Ivan Cotroneo. L’11 dicembre, per Natale, esce invece il britannico “Pride” di Matthew Marcus, che rievoca, un po’ alla maniera di “Full Monty”, cioè facendo ridere e piangere come solo gli inglesi sanno fare, l’inattesa solidarietà che si creò, nel fuoco dello sciopero dei minatori contro la Thatcher nel 1984, tra il movimento lesbico-gay londinese e gli operai gallesi in lotta. Mentre il 1° gennaio tocca a “The Imitation Game” di Morten Tyldum, sempre battente bandiera britannica: qui la tragica-gloriosa vicenda del matematico Alain Turing, genio dei numeri che riuscì a decodificare il famigerato Codice Enigma dei nazisti abbreviando la Seconda guerra mondiale di due anni e forse salvando la vita a 14 milioni di persone, fa tutt’uno con la sofferta omosessualità dell’uomo, nel 1954 suicida dopo aver accettato per non finire in carcere una sorta di castrazione chimica. Altri tempi e altre morali, direte. Eppure…
Qualche anno fa un analisi di mercato realizzata attorno ai successi di Ferzan Ozpetek indicò che il pubblico omosessuale può incidere anche per 1 milione di euro rispetto all’incasso totale di un film. Vero? Falso? Stefano Tummolini, regista del vibrante “Un altro pianeta” e ottimo traduttore dall’inglese per la casa editrice Fazi, risponde così al “Secolo XIX”: «I gay vanno molto al cinema e mediamente sono benestanti. Ma è anche un pubblico che sfodera aspettative precise e rigide rispetto a come vengono descritti i personaggi omosex sullo schermo». In che senso? «Per anni il cinema ha raccontato questo mondo in due chiavi: o comico-farsesco, tipo “Vizietto”; o tragico, con storie di Aids, discriminazione, sacrificio della propria identità. Francamente siamo un po’ stanchi di vederci dipingere come perdenti, vittime, infelici». E tuttavia… «Tuttavia si rischia la tirannia del politicamente corretto, temo una censura al contrario. L’omosessuale deve essere per forza un personaggio positivo, una caratterizzazione negativa crea subito rifiuto»:
Tummolini ritiene sbagliato «inserire strategicamente, in modo furbetto, l’elemento omosessuale dentro una storia etero, anche se ogni film fa storia a sé». Dipende da come è scritto, recitato, diretto… «Ma di sicuro un film come “I toni dell’amore”, con due anziani gay, sarebbe impossibile montarlo in Italia: infatti è d’autore e americano».
Non la pensa così Andrea Occhipinti, ex attore nonché timoniere della casa di distribuzione Lucky Red, quella che nel 1998 lanciò in Italia “In & Out” con Kevin Kline e Tom Selleck. «La verità? Non credo al teorema del milione di euro. I film che mi cita sono differenti l’uno dall’altro, e incasseranno di conseguenza. Mi creda, non basta la tematica omosessuale, come si diceva un tempo, per fare la fortuna di un film, anche presso la comunità gay». Ancora: «Certo, fino a poco tempo fa era raro che il cinema italiano parlasse di omosessualità in modo serio, verosimile, senza sfottò. Ma il pubblico gay resta di nicchia». E allora “Mine vaganti” di Ozpetek? «Otto milioni e passa di euro li incassi se piaci a tutti, agli etero che si divertono e magari riflettono su certi pregiudizi, e ai gay che si riconoscono, anche come comunità, nel racconto in forma di commedia lieve». Magari è così.

PRIDE: QUANDO I MINATORI CONTRO LA THATCHER TROVARONO ALLEATI INATTESI

Natalino Bruzzone | Scritto per “il Secolo XIX”

Orgoglio (sciopero) e pregiudizio. Non nell’Inghilterra di Jane Austen ma negli anni Ottanta della Lady di Ferro. E per opporsi alla politica della signora Thatcher, impegnata a non cedere neppure una briciola di compassione e di comprensione davanti alla protesta dei minatori che lottavano contro la chiusura dei pozzi, forse c’era, anche e ancora, bisogno di uno scandalo. Così un gruppo di attivisti omosessuali, minacciati a loro volta dalla subdola falce morticida dell’Aids, inventato il “L G S M”, ovvero “Lesbiche e gay sostengono i minatori”.
È il 1984. Non una favola radical-chic ma una vicenda vera che “Pride”, dall’11 dicembre nelle sale, rivisita con il volteggio della commedia che adora il tocco leggero per declinare una seria morale nel rompere barriere, tabù e le delusioni di sogni infranti, sullo sfondo di un feroce duello ideologico tra un capitalismo estremizzato e l’utopia socialista nella dicotomia tra società e singolo, tra i diritti di tutti e i conti nudi e crudi di una economia sorda alla parola chiave di questa strana coppia di dimostranti, la solidarietà simboleggiata da due mani che si stringono. Non importa a chi appartengono.
Ma per i rappresentanti del “LGSM” non sarà facile essere accolti dalla comunità gallese che hanno scelto come beneficiaria del loro appoggio e delle loro collette raccolte in strade. Nel comitato dei lavoratori una parte li rifiuta, li tratta da pervertiti, li emargina mentre un’altra scova nell’incontro una spinta alla lotta e una nuova prospettiva di sguardo alla vita, sino al giugno dell’1985 quando, a sciopero concluso, il Gay Pride londinese di quell’anno sarà aperto da una foltissima delegazione del sindacato minatori come gesto di riconoscenza per chi li aveva spalleggiati senza se e senza ma.
Tra Londra, la metropoli, e Ongwyn il paesino della valle del Dulais, corre una scossa elettrica con vicendevole scambio di emozioni e di conflitti: la dimostrazione di un ballo da disco music nel pub del villaggio e il concerto, nelle capitale, intitolato “Pits and Perverts”, fa franare la diga tra omo e etero. I pregiudizi quasi si dissolvono e ognuno è libero, eccetto una irriducibile e ipocrita perbenista, di accettare l’altro. Un impianto corale che mescola destini e caratteri: dal giovane studente di cucina che non ha ancora svelato al padre e alla madre di essere gay, alle donne gallesi, anziane e giovani, che nell’avventura inaspettata cambiano pelle e mentalità. Dunque, il ritratto minimo di personaggi che non avrebbero mai l’ambizione di scrivere la storia inserito in quello massimo di un’epoca che ha lasciato il segno nel fine Novecento dell’Isola.
Recitato con l’energia e lo stato di grazia che passa, come per magia, di generazione in generazione della scuola britannica (in evidenza scolpita le prove di George MacKay, Andrew Scott, Dominic West, Imelda Staunton, Paddy Considine e Bill Nighy), “Pride”, meno ammiccante di “Full Monty”, frulla sentimenti privati e pubblici nella sua dimensione di intrattenimento popolare e intelligente che vuole arrivare al grande pubblico pur non cedendo a compromessi troppo vistosi e ribadendo una paradossale verità. Come se il cinema inglese non riconciliato con il potere e la classe dirigente abbia avuto proprio dal nemico iconico, rappresentato beffardamente da Margaret Thatcher, l’impulso a mordere e a mutare il suo linguaggio severo e compassato dopo un lungo letargo seguito all’era degli arrabbiati. “Pride” ne incarna lo spirito anche se le modulazioni sono diverse, persino più romantiche e consolatorie. Un esempio di humour scatenato per focalizzare la drammaticità di condizioni esistenziali che hanno l’urgenza di riconoscere una comune persecuzione per non appiattirsi nel ruolo di vittime impotenti.
“Pride”, pur con ambizioni che non sempre vengono mantenute, ha nella messa in scena firmata da Matthew Warkus un’eleganza e una puntualità di sincero palpito, sia razionale sia delirato, in grado di renderlo un caso nei sussulti di una scrittura che gioca con la comicità dell’assunto, l’asprezza di una sconfitta, quella dei minatori, e l’incubo della siero positività. Più in punta di nervi che nell’autodifesa della flemma, più boccale di birra che tazza di tè.

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