Un supereroe ragazzino contro i cine-panettoni (e se piace subito un seguito)

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Implora l’adolescente Michele, chiuso in bagno per la vergogna durante una festa mascherata, mentre i compagni di classe lo sfottono da fuori la porta: «Stupido costume cinese, dimmi che poteri hai? Fammi sparire, fammi diventare invisibile». Desiderio esaudito. Confessa Gabriele Salvatores, 64 anni: «Il mio psicoanalista mi ha consigliato di non prendermi in giro. Quel ragazzino sono io, non il figlio che non ho avuto». Magari ha ragione.
Il 18 dicembre esce in 400 e passa copie “Il ragazzo invisibile”. L’ambizione è di sfidare i comici natalizi, vedere se è possibile fare in Italia un film su un supereroe adolescente, con effetti speciali credibili, non “artigianali”. Una scommessa ardita, pure costosa, se è vero che ci sono voluti 8 milioni di euro. Nel cast, oltre ai giovanissimi protagonisti Ludovico Girardello e Noa Zatta, volti noti come Valeria Golino, Fabrizio Bentivoglio, Ksenia Rappoport, Christo Jivkov. Distribuito da 01 e prodotto da Indigo e Raicinema, il film si consegna al pubblico delle feste forte di un lancio multimediale che prevede anche tre album a fumetti della Panini e un romanzo edito da Salani. Insomma gli eroi della Marvel & la saga di Harry Potter. Inutile dire che, sul modello hollywoodiano, il finale è lasciato aperto, guai ad alzarsi subito dalla sedia. Se il botteghino sorriderà si farà di sicuro un seguito, con la stessa squadra di autori e attori.
Dimenticare, nonostante l’assonanza del titolo, “L’uomo invisibile”, classico di fantascienza del 1933 interpretato da Claude Rains e diretto da James Whale sulla base del romanzo di H.G. Wells. Lì c’era uno scienziato pazzo e geniale che, approfittando dei poteri acquisiti con un esperimento provato su se stesso, si metteva a spargere terrore. Qui c’è un ragazzino sensibile e gentile, biondissimo, angariato da due bulletti, che si sente invisibile soprattutto agli occhi della misteriosa Stella appena arrivata in quella scuola. Siamo a Trieste, ma non si dice. Michele fa metaforicamente Silenzi di cognome, non ha mai conosciuto il padre, vive con la mamma poliziotta. Per Carnevale vorrebbe il costume da Spider-Man, ma gli rubano i soldi, così il ragazzino recupera in una bottega cinese (omaggio a “Gremlins”?) una calzamaglia tristanzuola, color cacchetta, dalla mantellina ridicola. E però, al momento del bisogno, il costume farà il miracolo di renderlo incorporeo, invisibile agli altri. Così almeno crede lui. Non sa che il suo superpotere viene da lontano. Michele è uno “Speciale”, frutto di eventi drammatici accaduti nella Russia sovietica, per questo alcuni ex soldati capitanati da un fosco profeta, detto Artiglio, lo stanno cercando…
«Devo aver detto in un’intervista, dopo “Nirvana”, che mi sarebbe piaciuto girare l’invisibile. Non credevo che mi sarei preso così alla lettera tanti anni dopo» celia Salvatores, riconoscendo che l’Oscar vinto nel 1992 per “Mediterraneo” fu una sorta di superpotere arrivatogli dall’alto e prontamente sfruttato per fare film negati ad altri colleghi meno fortunati. Per lui, reduce dal successo di “Italy in Day”, «tra tutti i superpoteri l’invisibilità è il più intimo e discreto: non puoi volare, non diventi una torcia umana, non sfondi muri, puoi solo sparire». Un superpotere dell’anima, una metafora dell’adolescenza. Stan Lee, l’inventore di Spider-Man, predilige «supereroi con superproblemi»; a suo modo anche Michele, impegnato nell’arduo mestiere di crescere, dovrà superarne parecchi prima di trovare una sua, provvisoria, identità.
All’inizio “Il ragazzo invisibile” doveva essere girato in inglese, dalle parti di Dublino. Ma poi s’è preferito spostare l’azione a Trieste, non solo grazie ai buoni auspici della locale Film Commission, del ministero ai Beni culturali e di sponsor come i Farmaceutici Dottor Ciccarelli. L’idea di partenza non viene da Salvatores, benché il regista, cresciuto coi fumetti di Flash Gordon, teorizzi: «Se il cinema possiede due anime, quella realistica dei Lumière e quella fantastica di Méliès, io ho sempre provato a tenerle insieme, sono attratto dalle storie che permettono di esplorare mondi paralleli». Tutto nasce, apprendiamo, da un desiderio di Nicola Giuliano, produttore di Paolo Sorrentino con la socia Francesca Cima, e giovane padre premuroso. «Ero stanco di andare al cinema coi miei figli e di sentirmi dire: “Papà, perché non fai un film per noi?”. Così ho pensato che fosse giunto il momento di provarci, di esplorare il bacino di utenza più ampio che c’è, insomma di realizzare un film per bambini e ragazzi capace di piacere anche ai genitori».
Non che sia stato facile. Con i western di Sergio Leone e gli horror di Dario Argento l’esperimento funzionò. Ma inventare da zero un supereroe adolescente, un po’ alla maniera di “Kick-Ass”, con tanto di logo grafico credibile, ha imposto un lungo lavoro: di scrittura (firmano il copione Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo), di riprese e di post-produzione, per via dei complessi effetti speciali made in Italy. Il risultato è curioso, più riuscito nell’ultima parte dichiaratamente d’azione, anche se magari rimbombano troppe/inutili canzoni in inglese, il gioco citazionista ogni tanto stucca e il disvelamento dei trucchi sui titoli di coda toglie un po’ di suggestione alla cosiddetta magia del cinema.

Michele Anselmi

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