The Imitation Game. La vita di Alan Touring, con molto genio e poche “ombre”

The Imitation Game porta sul grande schermo la vita di Alan Touring, matematico e crittoanalista, creatore, negli anni Quaranta, dell’artefatto tecnico dal cui sviluppo avrebbero avuto origine gli odierni computer. Centro della vicenda del film diretto dal norvegese Morten Tyldum sono gli anni in cui Turing lavorò al servizio del governo britannico, assieme ad un piccolo gruppo di studiosi, nel tentativo di trovare la chiave di decifrazione dei messaggi elaborati da Enigma, la macchina dei codici militari usata dall’intelligence tedesca nel corso della Seconda guerra mondiale.

Solitario, presuntuoso, ossessionato dal suo lavoro, il personaggio interpretato da Benedict Cumberbatch è un reietto: se la straordinarietà della sua mente lo allontanerà perfino dai suoi colleghi, la condanna per omosessualità – e la conseguente castrazione chimica a cui verrà sottoposto – lo spingeranno al suicidio all’età di 42 anni. La pellicola, tratta dal libro di Andrew Hodges, è il cavallo di battaglia della Weinstein Company ai prossimi premi Oscar: un biopic “santificatorio” tecnicamente perfetto, che con studiata abilità racconta fatti storici rimasti per molto tempo in ombra, con il dichiarato intento di rendere merito al lavoro dell’uomo che, con le proprie intuizioni, contribuì a sabotare gli sforzi bellici della Germania e a porre termine al Secondo conflitto mondiale, salvando, di fatto, la vita a milioni di persone.

Se l’intento è lodevole, l’esecuzione è purtroppo di maniera e duole avanzare una critica alla studiata furbizia: l’invito a “non giudicare” che il personaggio di Touring rivolge al commissario di polizia che lo interroga sembra un ammonimento – non necessario – rivolto allo spettatore, al quale non viene mai mostrato il “peccato” che portò alla rovina il grande matematico; così l’omosessualità del protagonista è confinata al platonico rapporto che in adolescenza Touring stinse con un compagno di collegio prematuramente scomparso, mentre al suo alter-ego adulto non è consentito che qualche asettico discorso sul tema con gli altri co-protagonisti della pellicola.

A ridare anima al composto compitino interviene, per fortuna, l’ottima interpretazione di un Cumberbatch capace di raccontare la profonda sofferenza del suo protagonista attraverso una performance recitativa di grande spessore, rafforzata dalla commovente prova attoriale del giovanissimo Alex Lawther: nel suo sguardo spaurito c’è tutto lo smarrimento e la scintilla di quel genio che, di lì a pochi anni, avrebbe cambiato il corso della storia recente.

Marco Moraschinelli

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