Roma Termini. Una città nella città, storie di ordinario degrado

Storie di ordinario degrado nel film documentario di Bartolomeo Pampaloni. Roma Termini racconta il dramma dei senza tetto che affollano il principale svincolo ferroviario d’Italia. Stazione centrale di Roma: 480.000 passeggeri in transito ogni giorno. Tra tutta la gente, nascosto in mezzo alla folla, vive un gruppo di uomini e donne per i quali questo luogo non è un punto di passaggio, ma uno spazio di vita. Roma Termini diventa allora un’immensa, anonima abitazione, una città nella città che ospita queste persone e le aiuta a trovare un modo per sopravvivere senza niente.

Quattro uomini, quattro storie in caduta libera, individui che giorno dopo giorno si ritrovano sempre più ai margini della società. Svaniscono lentamente, diventano invisibili: non più Stefano, Angelo, Tonino, Gianluca, ma solo un altro, anonimo, clochard. “Volevo un film nuovo, sincero, diretto, nato dalla strada e dalla verità di vite vissute fino in fondo, di emozioni colte sul nascere: un film senza retorica, senza ipocrisia o pietismo, un film senza distanza di sicurezza, ma crudo e vero, come la vita”, spiega il regista. Fiorentino, classe 1982, Pampaloni si è formato a Parigi e a Roma. Oggi è tornato a vivere nella Ville Lumière, dove ha montato questo suo primo lungometraggio. Dopo aver frequentato la Scuola Nazionale di Cinema di Roma, si ritrova solo a casa in cerca di finanziamenti per realizzare i film che ha scritto. Rimane mesi ad attendere inutilmente risposte che non arrivano finché non realizza che se davvero vuole fare un film deve farlo con le sue forze. Così prende la sua piccola telecamera ed esce per le vie della città “ad ascoltare le centinaia di persone che si incrociano quotidianamente: gli invisibili, coloro che vediamo passare e che presto dimentichiamo, i solitari nel caos della metropoli, ferita aperta nel cuore pulsante della città. Pian piano ho cominciato a far breccia in questo cosmo nascosto e giorno dopo giorno mi sono ritrovato sempre più coinvolto in questo progetto: constatavo quanto queste persone avessero bisogno di qualcuno con cui parlare della propria vita, dei loro problemi, ma anche con cui condividere momenti spensierati e discussioni sul mondo. Sentirsi gente normale, che parla seduta ad un caffè, senza pensare, per un attimo, alle angosce del proprio quotidiano”. E Pampaloni ci riesce. Resta oltre quattro mesi alla Stazione Termini, senza troupe né sceneggiatura. Ed è così che nel suo girovagare quotidiano si va formando l’idea di un documentario di strada. Pian piano sceglie quattro persone, sviluppa relazioni con loro, entrando sommessamente nelle loro vite. L’occhio della telecamera li spia. Ne mostra le ferite aperte, lacerazioni che portano addosso giorno e notte, senza censure, senza maschere, nella solitudine delle nostre metropoli avare d’umanità. La loro silenziosa e costante domanda di aiuto spesso sommersa dalle dipendenze, dalle cattive abitudini, dalla vergogna, dal continuo sminuirsi e anche dai problemi psichici: una serie di elementi che impedisce loro di uscire dalla ripetizione delle medesime azioni, dove gli stessi errori li rendono incapaci di trovare una via per uscire dalla voragine che sempre più si apre attorno alle loro esistenze. Un cinema-verità che, seppur con le ingenuità proprie di un primo lavoro, penetra a fondo, ci scuote e ci interroga.

Francesca Bani

Il film sarà in sala giovedì 18 dicembre al Nuovo Cinema Aquila. Le due proiezioni serali saranno seguite dall’incontro con il regista Bartolomeo Pampaloni e con Stefano Pili, uno dei protagonisti del doc.

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