Big Eyes. Arte, menzogna e dipendenza affettiva nell’ultimo Burton

Quando si pensa al cinema di Tim Burton, la mente visualizza automaticamente immagini di personaggi mostruosamente stravaganti, atmosfere gotiche, favole oscure, eppure il regista di Burbank non è nuovo alla dimensione del biopic. Nel 1994, infatti, realizzò Ed Wood, su colui che fu definito “il peggior regista di tutti i tempi”, in salsa gothic, ovviamente. Firmavano la sceneggiatura Scott Alexander e Larry Karaszewski, autori anche dell’imminente Big Eyes, dal primo gennaio al cinema.  La coppia di sceneggiatori, da molto tempo, stava mettendo a punto il progetto di un lungometraggio sulla singolare storia di Margaret e Walter Keane: la prima autrice dei quadri con i trovatelli dagli occhi sproporzionati che spopolarono negli anni Sessanta tra la middle class statunitense e non solo, il secondo, suo marito, manager e truffatore che per anni si dichiarò autore delle opere (con l’iniziale consenso della consorte).

Burton ed i suoi sceneggiatori tratteggiano un ritratto della coppia nel segno della co-dipendenza affettiva e della dipendenza economica. Margaret (Amy Adams) è presentata come una donna fragile ed insicura che non vede inizialmente le potenzialità della propria arte. Madre single da poco trasferitasi in una nuova città, sentendosi sperduta, cade tra le braccia dell’affascinante Walter Keane (Cristoph Waltz) che, oltre a prospettargli una stabilità affettiva ed economica, è uno dei pochi che riesce a capire e valorizzare i suoi quadri. Infatti grazie alle abilità nel campo del marketing e della promozione di Walter, i quadri di Margaret ottengono un successo insperato anche grazie all’intuizione di farne poster, copertine di quaderni e quant’altro possano permettersi anche le tasche del consumatore medio. Ma questo enorme successo ha comunque un prezzo: Margaret deve rinunciare alla “maternità” delle tele. Walter sembra cogliere al volo l’occasione del pregiudizio maschilista che alberga anche negli anticonvenzionali ambienti dell’arte moderna: i quadri di un’autrice si sarebbero imposti con più difficoltà rispetto a quelli di un autore. Margaret, che ha interiorizzato questa cultura e l’ha resa parte della sua esistenza, accetta inizialmente tutto ciò. In fondo quello che vediamo nei suoi quadri rispecchia quello che lei sente (o crede, o le hanno fatto credere) di essere: una bambina sperduta in un mondo di macerie in cerca di qualcuno che la possa guidare e proteggere. Anche nel momento della sua rivalsa, la donna, in fin dei conti, non abbandonerà questa sua tendenza, traendo la forza per denunciare Walter dal supporto della comunità dei Testimoni di Geova.

Anche Walter è presentato come un personaggio infantile, un narcisista patologico. Le enormi bugie che racconta, da una parte, lo rendono un fantastico comunicatore e venditore, dall’altra, lo incastrano in un mondo immaginario in cui il suo ego, espandendosi a dismisura, assume una potenza distruttiva per se stesso e per gli altri. Cristoph Waltz è superlativo nel dare vita a queste personalità trasbordanti ed eccessive: riesce a regalare al suo personaggio una sfumatura comica ma, allo stesso tempo, inquietante. Il gotico, che è la cifra stilistica di Burton, si insinua sottopelle all’ambientazione anni Cinquanta dai colori saturi ed acidi. Le scene oniriche che descrivano la deriva angosciosa di Margaret ne sono un esempio. La musica dalle sonorità psichedeliche delle canzoni di Lana Del Rey completa quest’affascinante ed inquietante quadro, l’ennesimo che ha come protagonista il rapporto (contraddittorio, contrastante, dipendente ) tra il maschile ed il femminile.

Maria Rita Maltese

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