Cinema e fiction, due o tre cose che vorremmo

A Capodanno a Capri si è svolto un interessante convegno su cinema e televisione, durante la rassegna Capri-Hollywood. Ne riassumo alcuni punti. Gianni Celata, autore di vari libri sulla comunicazione, ha aperto parlando degli aspetti positivi del TaxCredit. Tra questi, l’aver creato una maggiore e più qualificata selezione di produttori, oggi circa una decina, che controllano il mercato. Personalmente non so se una truppa così esigua sia un bene o non sarebbe invece meglio avere più produttori e soprattutto più interlocutori. Oggi a finanziare la maggior parte dei nostri film è rimasta praticamente solo Rai Cinema. Medusa ha ridotto di molto il suo intervento e la maggior parte dei distributori trova più conveniente acquistare il prodotto all’estero che finanziare i film locali. È vero che le major americane di stanza in Italia ogni tanto producono qualche pellicola anche qui, ma una rondine non fa primavera. Giustamente Celata lamenta che il TaxCredit deriva troppo dall’intervento delle banche e troppo poco dalle industrie. In sintesi, questa forma di finanziamento, che ha pressoché sostituito i contributi statali, oggi ridotti al lumicino, consiste nel defiscalizzare il 40% dell’investimento. Il rimanente 60% resta a carico dell’investitore, dunque a rischio. Il problema è che è assai difficile convincere un industriale di altri settori a investire nel cinema, il cui esito commerciale è sempre aleatorio, salvo rarissimi casi in cui il cast o il genere di storia (quasi sempre commedia) offre garanzie di un ritorno. Tra le poche eccezioni possiamo citare l’esempio di Il giovane favoloso, il coraggioso film di Martone su Leopardi, che ha visto la presenza finanziaria di un pool di industriali marchigiani, convinti a partecipare grazie alla credibilità di Carlo Degli Esposti, l’abile produttore televisivo di Il Commissario Montalbano e del recente I braccialetti rossi, anche lui presente al convegno.

Tra i temi trattati, si è discusso della crescente diffusione delle serie televisive, molte delle quali competono per qualità e coraggio con il miglior cinema. Il guaio è che l’Italia in questo campo è rimasta molto indietro e ben di rado riesce a esportare i propri prodotti. Don Matteo, per esempio, da noi fa il pieno di ascolti, ma non arriva oltre Chiasso. Si è poi affrontato il problema della diffusione del cinema in sala, che ormai raccoglie soltanto circa il 30% degli introiti. Mentre in tutto il mondo i film cominciano a uscire quasi contemporaneamente in sala e sulle piattaforme, da noi una legislazione indietro con i tempi obbliga i produttori ad attendere mesi prima di poter fruire di tali opportunità. Il mio ulimo film, Anita B., che in Italia ha avuto scarsissima diffusione, uscirà in America il prossimo marzo lo stesso giorno sia in sala che sulle piattaforme in streaming e on demand, dove verrà offerto a oltre 40 milioni di possibili spettatori al costo di 5 dollari. Questa possibilità di allargare enormemente il mercato di un film è vista come fumo negli occhi dalla categoria dei nostri esercenti, i quali non capiscono che l’universo delle piattaforme funge da volano e non da nemico del cinema. In un paese come il nostro, dove intere cittadine non hanno neppure una sala cinematografica e dove anche nelle grandi città chiudono le sale del centro, la circolazione dei nostri titoli sulle piattaforme aiuterebbe il cinema a prosperare anziché sparire. Toccando il tasto degli esercenti, si è parlato di una categoria di commercianti troppo interessata al solo aspetto redditizio delle pellicole, mentre dovrebbero avere la premura di prolungare i tempi della loro permanenza in sala, consentendo ai film meno commerciali di avere lo spazio per crescere e conquistare un pubblico. Giustamente Degli Esposti (il quale crede in un cinema radicato nella nostra cultura, che non scimmiotti quella degli altri) ha lanciato la proposta che gli esercenti partecipino al finanziamento dei film sin dal loro inizio, anche solo con pochi migliaia di euro. In questo modo, sarebbero poi i primi interessati a garantire una giusta circolazione. Molti anni fa, negli anni Sessanta e Settanta, gli esercenti anticipavano gran parte del budget ai produttori, poi sono stati sostituiti dalle televisioni. Il risultato è che oggi le televisioni tendono a finanzaire sempre meno i film, i quali rischiano di rimanere orfani.

Lo scrittore Valerio Manfredi e lo sceneggiatore Andrea Purgatori hanno lamentato che mentre in Europa gli autori insieme ai loro governi sono impegnati a combattere contro il prepotere di Hollywood – che vorrebbe rivedere la clausola dell’”eccezione culturale” (una valvola di sicurezza per il cinema d’autore) – in Italia il governo latita, tant’è che alla recente riunione di Bruxelles sul delicato tema, non c’era neppure un nostro inviato di rango. Purgatori ha ricordato che se le televisioni osservassero le “quote” della normativa europea, anziché eluderle con vari stratagemmi, il nostro cinema potrebbe conoscere tempi migliori, come in Francia, dove, lo ricordo, lo stato investe circa sei volte più di noi, 1.000 milioni l’anno contro i nostri 185! Non per niente nel 2014 i francesi hanno visto salire la loro quota in sala dal 33,8% al 44%. La realtà è che i francesi hanno sempre avuto a cuore la loro cultura, noi no. Basta vedere lo stato pietoso in cui versa un miracolo d’arte come Pompei. Non solo le televisioni dovrebbero rispettare le quote, ma anche le varie Telecom dovrebbero contribuire alla produzione di film e fiction, considerando che sono loro a guadagnare dal downloading. Purgatori ha sottolineato che il comparto audiovisivo dà lavoro a oltre 250.000 persone, molte delle quali di talento, che non trovano però una risposta adeguata nella progettualità dell’industria cinematografica e televisiva, dove nuovi soggetti come Sky producono ancora troppo poco (due o tre serie di successo l’anno non bastano a scuotere l’opacità della serialità nostrana).

Si è anche discusso dei danni della pirateria, che rischia di mettere in ginocchio un già martoriato comparto. Ha fatto discutere l’opinione di Celata, il quale crede che la pirateria non sia poi quel gran danno. In un suo libro, Blowin’ in the Web, sostiene che “solo per il 25% di chi scarica, la pirateria ha un effetto di sostituzione, mentre per il restante 75% l’effetto è quello della promozione”. Insomma, secondo lui la maggior parte di chi scarica illegalmente in realtà contribuirebbe all’allargamento del mercato. Potrebbe essere un’intuizione da non sottovalutare. Ma se lo sente l’FBI (che è volato sino in Nuova Zelanda per arrestare Kim Dotcom, il re del downloading illegale), viene in Italia e lo arresta. Al convegno erano presenti anche attori, come Fabio Testi, il quale, oltre a sposarsi proprio a Capri in quelle ore, ha auspicato che i film americani vengano tassati, come accade in Francia, di modo che un giusto prelievo vada a finanziare il cinema nazionale. Ha poi ricordato lo scempio dell’IMAIE, l’Istituto mutualistico per la tutela degli artisti, i cui amministratori hanno fatto sparire dalle casse oltre 150 milioni di euro, lasciando i propri iscritti senza pensione. Manfredi ha criticato la pletora di dirigenti Rai, assunti grazie alla lottizzazione, mentre sarebbero necessarie nuove figure capaci di dare spazio alla creatitività, che certo non manca a tantissimi giovani, frustrati da un muro di conservatorismo che uccide il talento. La nostra azienda pubblica, che insieme a tanti difetti ha anche non pochi pregi, appare oggi stanca e passiva di fronte alla promessa di una riforma che non arriva mai. Al termine del convegno si è auspicato che gli autori e i produttori facciano fronte comune per rilanciare la nostra industria dell’audiovisivo, nell’auspicio che si riesca a considerarla con una visione di insieme a 360 gradi, dove cinema, televisione e Internet siano considerati un’unica realtà e non più singole parti del sistema.

Roberto Faenza

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