Ghini ricorda Rosi: quella pastiera sotto zero in Ucraina girando “La tregua”

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Francesco Rosi, Massimo Ghini e la pastiera napoletana. Era il 1996, il  regista napoletano girava in Ucraina, a 20 gradi sotto zero, quello che sarebbe diventato il suo ultimo film, “La tregua”, da Primo Levi. Riprese impervie, la morte improvvisa del direttore della fotografia Pasqualino De Santis, vari intoppi produttivi, una gran nostalgia di casa. Rievoca Ghini, preso per fare Cesare, un ebreo romano spaccone e socievole ritagliato sulla figura di Lello Perugia: «Una sera mi arrivò in albergo, quasi fosse un pacco della Croce Rossa, una pastiera napoletana spedita da mia suocera. Una festa per tutti noi. Corsi verso la camera di Rosi per fargliela vedere e assaggiarne un pezzo insieme. Lui aprì la porta, gli brillarono gli occhi, sembrava un bambino di dieci anni. Se la prese tutta, golosamente, sorridendo per la felicità».

L’attore romano ha appena saputo. I ricordi si accavallano. «Fu un’esperienza bella e traumatica insieme. Una sorta di consacrazione del lavoro che stavo facendo. Ero considerato un attore “emergente”, fioccavano le proposte. La verità? Pur di girare “La tregua”  rinunciai a un contratto miliardario per la tv. Mai pentito».

d. Be’, non capita tutti i giorni di essere chiamato da Rosi.

r. «Appunto. Rosi è un pezzo del cinema mondiale. Coppola aveva una venerazione per i suoi film, li conosceva a memoria: non voleva parlare d’altro sul set di una pubblicità fatta insieme».

d. Non si pente, ma pare di capire che non fu una passeggiata girare “La tregua” con Rosi.

r. «Francesco era ’o Professore. Aveva gusto e cultura. Era esigente, pretendeva molto dagli attori. Giustamente. Altrimenti non avrebbe scritto la storia del cinema. Nei rapporti personali non era un uomo facile. Ma sul set ti accorgevi subito che aveva una marcia in più».

d. Però…

r. «Però nulla. Avevo conosciuto il vero Lello Perugia ad una manifestazione sulla Resistenza. Un romano vitale, esuberante, un materassaio colorito del ghetto ebraico, mica un intellettuale torinese. Eppure fu anche grazie a lui se Primo Levi riuscì a tenere duro. Purtroppo non piacque granché la mia prova. Scrissero che era sopra le righe, troppo caricata. Mah. Certo trovandomi a recitare vicino a John Turturro, che era una statua di sale…».

d. L’ultima volta che ha visto Rosi?

r. «L’anno scorso. Gentile e sorridente, nonostante gli acciacchi dell’età. Gli ricordai che era stato un suo film, “Il caso Mattei”, a cambiare il corso della mia vita. Covavo sin da ragazzo la passione per il cinema, ma quel Volonté straordinario fu una rivelazione. Chi poteva pensare che tanti anni dopo, nel 2009, avrei interpretato Enrico Mattei in una fiction, diciamo in chiave “pop”? Rosi mi chiamò dopo avermi visto, fu gentile».

d. Altro film prediletto di Rosi?

r. «Uno da lui considerato minore, “I magliari”. Una commedia agra, al fiele, su dei disgraziati in Germania che provano a fare i soldi imbrogliando il prossimo. Sordi era semplicemente straordinario. Che intuizione prenderlo per incarnare Totonno il magliaro».

d. Non ha citato i più grandi.

r. «Basterebbe “Mani sulla città”. Vale come “Roma città aperta”. Il palazzo che viene giù all’inizio è scena di una forza espressiva enorme. Lui e Zeffirelli erano stati aiuti di Visconti e si vede. Per l’eleganza meticolosa e professionale che mettevano, pur partendo da mondi espressivi diversi, nel girare i loro film».

d. Le posso chiedere di che parlavate in quei cinque mesi in Ucraina?

r. «Anche di giacche inglesi e di cachemire. Amava le cose belle Francesco, era un uomo molto raffinato, anche ospitale. Mi mancano le cene nella sua bella casa di via Gregoriana. C’era sempre tanta gente, sotto lo sguardo gentile di Giancarla, la moglie di Francesco poi morta in circostanze tragiche».

d. Politicamente andavate d’accordo?

r. «Ma sì. Io comunista, lui socialista. Coerente, corretto, sempre informato. Molto meglio lui di tanti finti comunisti del nostro cinema».

d. “La tregua” non andò bene al botteghino.

r. «Ma era un film di Rosi. Contiene sequenze che valgono cento film odierni. Francesco ci aveva chiamato e tutti noi, Turturro, Bisio, Citran, Luotto, eravamo orgogliosi di partecipare a quel grande progetto. Il resto, ormai, non conta».

Michele Anselmi

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