“Sexy? Sembra un soldato tedesco”, a Mastroianni non piaceva Anitona

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

La verità? Come donna, Anita Eckberg non piaceva a Marcello Mastroianni. Sì, va bene: «Marcello, come here…» invita la sventolona vichinga, muovendosi mezza nuda e scollata, pure intirizzita senza darlo a vedere, nella sequenza più copiata di “La dolce vita”. E tuttavia Marcello, inteso come attore e non come alter-ego del regista, faticò ad apprezzare la burrosa lucentezza sexy di quella 29enne arrivata da Hollywood. Nel film non sembra, o forse sì, a rivederlo. Lo rivela lo stesso Fellini nella prefazione di un volume fotografico sul film che fu pubblicato nel 1989 da Editalia.
State a sentire. Per il gran riminese l’attrice era «di una bellezza sovrumana». «La prima volta che l’ho vista in una fotografia a piena pagina su una rivista americana pensai: “Dio mio, non fatemela incontrare mai!”. Quel senso di meraviglia, di stupore rapito, di incredulità che si prova davanti alle creature eccezionali, come la giraffa, l’elefante, il baobab, lo riprovai quando, nel giardino dell’Hotel de la Ville, la vidi avanzare verso di me preceduta, seguita, affiancata da tre o quattro ometti, il marito, gli agenti, che sparivano come ombre attorno all’alone di una sorgente luminosa». Quasi fosforescente era, secondo Fellini, quella creatura bionda che avrebbe ribattezzato “Anitona”.
Il ruolo di Sylvia, la star americana sensuale e sorridente, fidanzata nella finzione col fustone Lex Barker, fu subito suo. Ma sarebbe scattata con Mastroianni quella che li americani chiamano “chemistry”? «Vediamola questa signora» concesse l’attore a Fellini, alzando il sopracciglio alla Clark Gable. Da profonda conoscitrice di uomini, Anita tese distrattamente la mano a Marcello, guardando da un’altra parte, e per tutta la serata non gli rivolse mai la parola. E qui ridiamo la parola al regista: «Più tardi Marcello, parlando d’altro, mi disse che la Eckberg non era poi questa gran cosa. Gli ricordava troppo un soldato tedesco della Wehrmacht che una volta, durante una retata a Viale delle Milizie, aveva tentato di farlo salire su un camion».
Chissà, magari l’attore s’era sentito offeso, trascurato: «Quella gloria di divinità elementare, quella salute da squalo, quel riverbero da solleone, invece d’esaltarlo, lo avevano infastidito» concludeva il regista, riconoscendo che, a distanza di trent’anni dalle riprese, il film, il suo titolo, la sua immagine erano inseparabili da Anita.
In effetti, benché avesse già girato una quindicina di film, tra i quali il western “La donna del ranchero” accanto al marito Anthony Steel e Sterling Hayden, la maggiorata nordica intuì al volo che “La dolce vita” avrebbe segnato un punto di svolta nella carriera. Scrive Tullio Kezich nel suo documentato diario di lavorazione del film: «Federico ha visto giusto. Anita Eckberg è veramente una specie di nume, imponente, limpida, serena. A suo modo è una forza positiva». Ancora prima di scrivere la sceneggiatura, l’episodio della Fontana di Trevi, «luminosa esplosione di vitalismo panteistico», era già abbozzato.
Di sicuro lei non si risparmiò sul set. Non capiva una parola d’italiano, faticava a farsi capire dalle sarte, dai tecnici, dai segretari di produzione, però esibiva una salute di ferro, il che le dava un notevole senso di superiorità fisica. Infinite volte, rievoca Kezich, ripeté la scena della corsa su per le ripide scale della cupola, col cappello da prete che tanto fece arrabbiare il Vaticano. Le piacevano Roma, gli amici italiani, Fellini, lesto a tentare l’approccio sessuale (ricette in cambio una mitica e irripetibile battuta in anglo-italiano); la disturbava l’invadenza di quelli che di lì a poco sarebbero diventati per sempre i “paparazzi”.
Il contratto all’hollywoodiana prevedeva che Anita Eckberg non avrebbe girato primi piani nel pomeriggio. Ma, essendo sempre fresca come una rosa, il regista la sapeva prendere per il verso giusto. E lei, forse sedotta o solo scaltra, rispondeva alla sua colorita maniera: «Oh, Frederico, you grandi bambino».

Michele Anselmi

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