Lo chiameremo Benito: e si scatena un putiferio in famiglia (Archibugi rifà film francese)

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Sarà revisionismo storico o ironica defascistizzazione? In realtà è solo una goliardica provocazione, esibita per sfidare la tirannia del “politicamente corretto”, quella che dà l’innesco a “Il nome del figlio”. Il nuovo film di Francesca Archibugi esce il 22 gennaio in 280 copie, targato Lucky Red, a cinque anni dal denso “Questione di cuore”.
Trattasi di remake in libertà di un film francese del 2012, diretto da Alexandre de la Patellière e Matthieu Delaporte: “Le prénom” in originale, “Cena tra amici” da noi. Un successo in patria, per nulla in Italia. Tanto da autorizzare, appunto, una riscrittura d’autore firmata da Archibugi insieme al “guru” Francesco Piccolo.
Il nome dello scandalo è Benito, come Mussolini (Adolfo, come Hitler, nella versione francese). Lo tira fuori per scherzo, dopo aver adocchiato in libreria il romanzo “Benito Cereno” di Melville, uno dei cinque protagonisti. Paolo Pontecorvo, ossia Alessandro Gassmann, è un estroverso, burlone e vitalista agente immobiliare che viene da una famiglia ebrea di alto lignaggio culturale, ramo Pci. Ha una fidanzata incinta, Simona, ovvero Micaela Ramazzotti, bellezza popolana che ha appena fatto centro scrivendo il romanzo piccante “Le notti di Effe”. L’uomo gira in Suv, forse vota centrodestra, è un menefreghista patentato, adora i vini buoni e gli abiti di sartoria. A differenza della sorella Betta, cioè Valeria Golino: insegnante con due bambini, colta, positiva, ma tormentata dietro l’apparente serenità matrimoniale costruita accanto al prof universitario Sandro interpretato da Luigi Lo Cascio. Tra le due coppie l’amico d’infanzia Claudio, un eccentrico musicista, con la faccia di Rocco Papaleo, che cerca di mantenere in equilibrio gli squilibri altrui, nascondendo un imbarazzante segreto.
Intendiamoci: non che Paolo intenda davvero chiamare Benito il nascituro, ma trova divertente provocare amici e parenti in quella casa piena di libri e cd, così squisitamente radical-chic, senza immaginare le conseguenze della boutade.
Per Archibugi, classe 1960, “Il nome del figlio” è «una sorta di “Carnage” familiare, ma in forma di commedia sentimentale, meno spietata e con più amore: cinque persone si squartano metaforicamente nel corso di una notte per poi ritrovarsi». Continua la regista: «Potrebbe essere la solita cena allegra tra amici che si frequentano e si sfottono da quando erano bambini. Invece una semplice domanda su un nome alimenta una discussione che porterà a sconvolgere tutto. Emergono feroci differenze, antichi rancori, litigi sui gusti sessuali, rivelazioni sull’impotenza».
Avrete capito: l’Italia vista da una cena, cogliendo tic verbali e luoghi comuni ideologici, culturali, comportamentali. Non si parla di Renzi e Salvini, neanche di Berlusconi per fortuna. Ma il gioco antropologico, anche autoironico, è evidente. A partire dallo snocciolare dei nomi leziosi/fessi che sentiamo: Pym (o Pin?), Scintilla, Bacco, Marx per un cane. “Nomina sunt consequentia rerum” dicevano i latini. Sarà vero? E intanto il prof, mesmerizzato da Twitter e sessualmente algido, offende così quella che considera solo una “burina” rifatta: «Simona, tu sei l’incarnazione della disfatta di questo Paese!». Mentre Paolo, che prende in giro la tristezza di quei «comunisti», prova a svelenire il clima una volta accortosi di aver appiccato l’incendio.
Il film è corale, di impianto teatrale, ricco di elaborati piani sequenza, quasi tutto in interni, a parte un flashback ambientato in una sontuosa villa di Castiglioncello che ci riporta ai primi anni Ottanta, quando tutti i personaggi erano adolescenti e già incasinati tra loro. Archibugi cita Cechov, forse in omaggio allo scomparso Furio Scarpelli, nella sequenza che chiude il film all’insegna di un moderato ottimismo: «Prendi qualcosa dalla vita reale di ogni giorno, senza trama e senza finale». E definisce quella dei suoi cinque attori «una performance quasi atletica». I personaggi sarebbero «immersi in un’indefinibile pappa di ceto medio, nel momento del conflitto verbale rispuntano fuori tutte le contraddizioni originarie». Vien da pensare a “La terrazza” o a “La cena” di Ettore Scola, pure al recente “I nostri ragazzi” di Ivano De Matteo, dove Gassmann e Lo Cascio curiosamente replicano quasi gli stessi ruoli.
Annota Piccolo, sceneggiatore anche di Nanni Moretti: «La storia c’era già, ma i personaggi ce li siamo ricreati noi, cercando qualcosa che ci appartenesse. Abbiamo trasformato ogni singolo personaggio in qualcuno che conoscevamo, che ci assomigliava, che avremmo voluto essere o non avremmo voluto essere, che forse siamo senza accorgercene. Per poter parlare male di noi e allo stesso tempo guardarci con tenerezza, avevamo bisogno di una colonna vertebrale sulla quale operare». E ancora: «Ci è sembrata una buona occasione per parlare del nostro Paese, di una divisione che lo ha attraversato con più chiarezza negli ultimi venti anni e che non sta sulle sponde opposte di due continenti lontani, ma all’interno della stessa famiglia, di gente che ha condiviso il banco di scuola o le canzoni più amate».. Come “Telefonami tra vent’anni” di Dalla: intonata a squarciagola dai cinque e pure ballata, alternando presente e passato nella stessa sequenza, in ossequio a una pigra moda italica volta a suscitare l’applauso cordiale, la commozione generazionale, il calore nostalgico. Era meglio evitare.
Per la cronaca: il parto finale di Micaela Ramazzotti, realmente incinta durante le riprese, è autentico, ripreso con una telecamerina dalla stessa Archibugi d’accordo con l’attrice. Benché il marito Paolo Virzì, che coproduce il film, non fosse per nulla d’accordo.

Michele Anselmi

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