Francia-Italia, il match continua

“France Odeon”, il festival cinematografico che si tiene a Firenze guardando alla Francia, diretto dal regista Francesco Martinotti è tornato a far sentire la sua voce, ospitando a Roma nella splendida cornice di palazzo Farnese un incontro dedicato ai meccanismi del cinema francese, che come si sa costituiscono il miraggio degli autori e dei produttori italiani. Basta un dato: laggiù lo scorso anno il sostegno pubblico al cinema è stato di 784 milioni di euro contro i nostri miseri 185 comprensivi di tax credit. Per non dire dello stato delle sale: mentre da noi chiudono a decine, là aprono, si rinnovano e attirano un crescente numero di spettatori, soprattutto giovani. L’incontro di Roma ha visto alternarsi ai microfoni esperti francesi, tra i quali Bruno Blanckaert, proprietario e gestore del prestigioso cinema Le Grand Rex di Parigi (la sala più grande d’Europa con 546.000 spettatori l’anno) e Hugues Quattrone, responsabile del CNC (Centre Nationale du Cinéma et de l’image animée). Il primo ha raccontato come la sala sia centrale per la produzione di film e ha insistito per affermare che dove muore la sala muore anche il cinema. Ha parlato della figura del “mediatore cinematografico” (da noi inesistente), che serve a mediare le controversie tra esercenti, distributori e produttori. Ha inoltre perorato la causa dell’ ”eccezione culturale”, cavallo di battaglia del cinema francese, il quale non accetta la tesi, tutta americana, che anche i film debbano rientrare nelle attività commerciali e dunque non avere protezione. Il cinema “è un bene di prima necessità”, ha detto, pertanto non può essere considerato come una merce. Hugues Quattrone ha spiegato le modalità di redistribuzione della percentuale prelevata dal biglietto (la cosiddetta tassa di scopo) che va a sostenere l’esercizio. E’ un contributo  sia automatico che selettivo: il primo conta di un fondo di circa 65 milioni di euro l’anno. La tassa di scopo, ovvero un prelievo su tutta la filiera industriale di chi partecipa allo sfruttamento dei film (dalla sala alla televisione alla telefonia a Internet), è l’obiettivo che ci si dovrebbe dare in Italia. Ma, come è noto, vi si oppongono i “poteri forti“ nostrani, come le varie Telecom, che non vogliono riconoscere gli utili derivanti dai passaggi dei film sui loro canali (inclusa la pirateria).

Considerando che la parola tassa non piace a nessuno, suggerirei al cinema italiano di cambiare vocabolo e lottare per un “asset” di scopo. Come tutte le parole straniere suona bene e fa pensare a una cosa bella. Per parte nostra si sono alternati distributori (Andrea Occhipinti della Lucky Red), Carlo Bernaschi  (Multiplex), Giorgio Ferrero  (Anec, nipote dell’ormai celebre “Viperetta”, che ha rilevato il circuito sale di Cecchi Gori), Martha Capello (Giovani produttori).  Significativi gli interventi di Giovanna Marinelli (assessore alla cultura di Roma Capitale) e di Lidia Ravera (assessore alla cultura della Regione Lazio). Entrambe hanno parlato di difesa della sale sul territorio del Lazio e di finanziamenti alla produzione. La Ravera ha aggiunto che bisogna aiutare la diversità e la possibilità di sbagliare, impedendo che produrre sia impresa più impervia che “giocare alla roulette russa”. Contro la chiusura di troppe sale cittadine, ha insistito sulla necessità di una normativa che vieti il cambio di destinazione d’uso, di modo da non consentire che una sala di film diventi un supermercato. Su questo punto i francesi non sono d’accordo, perché ritengono  una simile normativa contraria alla libertà di impresa. La loro legge è più pragmatica: niente divieto al cambio di destinazione d’uso,  basta regolamentare e calmierare il costo delle locazioni delle sale. La rappresentante dei giovani produttori ha perorato l’idea un po’ bizzarra di riversare i contributi pubblici prevalentemente agli esercenti, forse dimentica che questa categoria è spesso la più distante dalla circolazione del cinema di qualità, pronta a decapitare i film appena non incassano quanto vorrebbero, con una mentalità più da commercianti che da imprenditori di beni culturali. Se ci si limitasse a finanziare l’esercizio, saremmo sommersi da commedie ridanciane e super-eroi hollywoodiani.. Un mio vicino di poltrona ha sussurrato che se i giovani la pensano così siamo fritti e più che giovani sembrano improvvidi. Perdoniamoli.  Martinotti, che ha moderato la tavola rotonda, ha ricordato l’importanza di educare le giovani generazioni all’amore del cinema e ha auspicato che il settore cinematografico possa trovare una linea univoca (“il cinema è un corpo con tanti organi da armonizzare”), per ottenere finalmente una legge di sistema che si avvicini il più possibile a quella francese. E’ da anni che si tenta questa strada senza riuscirci. Speriamo che il nostro ministro Franceschini, che si è detto disponibile, trovi il tempo di esaminare la legislazione di laggiù, al fine di liberare il cinema italiano dalle pastoie della burocrazia e dell’indigenza. Unico neo della tavola rotonda l’assoluta mancanza di riferimenti, in tutti gli interventi, del ruolo della televisione. Senza una reale regolamentazione dei passaggi cinematografici dei film in tv e degli obblighi di finanziamento non ci sarà mai una rinascita.

Roberto Faenza

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