Biagio, la scoperta di Dio secondo Pasquale Scimeca

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Francesco Rosi considerava Pasquale Scimeca, siciliano, classe 1956, autore di film come “Placido Rizzotto” e “Rosso Malpelo”, uno dei suoi allievi prediletti, insieme a Marco Tullio Giordana. In verità Scimeca, pur nutrito di “verismo” alla siciliana e cero formatosi sulle pagine di Verga, custodisce una cifra stilistica diversa, meno d’inchiesta, “sperimentale”, in una chiave estetica certo curiosa, meditata, ma non sempre riuscita.

Non fa eccezione questo “Biagio”, girato in economia e accolto qualche mese fa nella sezione principale dall’ultimo Festival di Roma pilotato da Marco Müller. Racconta la storia vera di fra’ Biagio, ovvero Biagio Conte, figlio di famiglia benestante con studi da geometra, che il 5 maggio 1990 lascia ventiseienne Palermo per addentrarsi nei boschi montagnosi della Sicilia. «Dovevo azzerare tutto e vivere nella natura» teorizza mollando agi e comodità, come per purificarsi. In quella solitudine ritrova l’armonia perduta, all’inizio la spiritualità è un po’ sciamanica, indistinta; ma poi l’amicizia di alcuni pastori buoni di cuore, l’affetto verso un cane che stava per venire impiccato e chiamerà Libero, l’incontro con i barbuti frati francescani di Corleone lo portano verso Dio.

A piedi arriva fino ad Assisi, il 7 giugno 1991: lì, di fronte a quegli affreschi, si sente finalmente felice, pieno. Al suo ritorno a Palermo si metterà ad aiutare i diseredati della stazione ferroviaria, aprendo la sua “Missione di Speranza e Carità”. Stava perdendo l’uso delle gambe; nel 2014, dopo un viaggio a Lourdes, ha ripreso a camminare.

«I giorni passati in sua compagnia hanno cambiato la mia vita. Il dolore del mondo offeso non è un astratto concetto letterario, ma carne viva e sangue che nutre la vita» confessa il regista. Mite ma non remissivo, il missionario laico è incarnato da Marcello Mazzarella, che fu Proust al cinema e qui, molto identificandosi, sfodera una barba da profeta e un sorriso cherubinico. Peccato che Scimeca assuma il punto di vista di un regista in crisi, chiuso da un anno in moviola, che trova in quella vicenda da raccontare un antidoto al vuoto estetico ed esistenziale. Non serviva la digressione metacinematografica, con tanto di comparsata dello stesso cineasta. Ma il film, da non definire “rosselliniano” come pure molti hanno fatto con usurata formuletta cinefila, tocca l’anima, non lascia indifferenti e fa venire voglia di conoscere meglio pensieri e opere del vero fra’ Biagio.

Michele Anselmi

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