Gli snuff movie dell’Isis. Per Vicari “non vogliono fare paura, ma spingerci a fare la guerra”

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Daniele Vicari, classe 1967, regista di film duri e scomodi come “Diaz” sul G8 genovese, ha una teoria sull’immondo video dell’Isis che documenta la morte per rogo, dentro quella gabbia così simbolica, del giovane pilota giordano. «Sono veri e propri “snuff movie”, girati con quell’occhio, con quella capacità tecnica, soprattutto con l’oscenità dello sguardo tipica di quel genere di film. I corpi veri esposti a crudeltà reali. Solo che non sono pensati per un uso clandestino, da ricchi perversi, ma addirittura per la rete, affinché siano visti da più gente possibile. E tuttavia non servono a mettere paura, agiscono, credo, a un livello più profondo».
d. In che senso Vicari?
r. «Istillano il desiderio della vendetta, da parte del nemico: cioè noi, di chi vede. Non a caso Amman, in segno di risposta “occhio per occhio”, ha impiccato all’alba quei due terroristi in carcere. Va a finire che uno Stato, la Giordania, si comporta esattamente come una banda criminale, per quanto l’Isis, a sua volta, si dica Stato, anzi Califfato. Ma video come quelli sono rivolti soprattutto a noi occidentali, affinché rinasca il desiderio di fare la guerra. E nel momento in cui questo desiderio rinasce, a livello popolare, si può dire che l’Isis abbia vinto la sua battaglia “politico-culturale”».
d. Tuttavia molti di noi, incluso il sottoscritto, non riescono neppure a guardare un fotogramma…
r. «Capisco. Io non posso permettermelo. Ho dovuto, voluto, vedere. Perché lavoro con le immagini, cerco di capire se “funzionano”, come “funzionano”. A volte ho la sensazione di infliggermi una tortura atroce. Ma ripeto: quei video terribili non mirano solo a terrorizzarci, noi occidentali siamo consapevoli dei nostri eserciti, della nostra forza militare. Però ci inducono a vivere la guerra, a pensarla. L’effetto è questo. Ai nostri occhi diventa una guerra necessaria».
d. Infatti, anche a sinistra, girano battute del tipo: «Ci vorrebbe il cecchino di “American Sniper”»…
r. «Appunto. Decapitazioni e roghi diventano una sorta di feroce docufiction, una risposta al cinema di guerra hollywoodiano. Un sottile avvelenamento della coscienza. Ho sentito giornalisti rispettabili dire in tv: “Possiamo solo sterminarli”. Se il concetto diventa luogo comune significa che abbiamo accettato dentro noi stessi l’idea della guerra».
d. Lei, da cineasta, ha colto nella costruzione dell’orrore una ricerca, diciamo estetica, stilistica. Una regia…
r. «Costruiscono, video dopo video, un immaginario molto potente, non direi raffinato, semmai originario. Stanno dicendoci: è inutile fare tante analisi, questa è la guerra e noi la facciamo all’antica, corpo a corpo, sui nostri e i vostri corpi. A suo modo, una risposta alle chiacchiere post-moderne che si fecero all’epoca di Desert Storm sulla guerra “de-realizzata”, vissuta solo attraverso le telecamere dei missili o i traccianti notturni nel cielo. Oggi con i droni. I macellai dell’Isis rispondono: no, la guerra è un fatto reale, mettiamo in gioco il nostro corpo e non facciamo sconti ai vostri corpi».
d. E lei riesce a vedere tutto tranquillamente?
r. «Ci provo, non sono per nulla attratto, ma sarebbe una sciocchezza non guardarli. Ripeto: il mio lavoro è usare e prendere le immagini. Siamo come dei chirurghi, inutile astenersi. Ho visto anche le cose più estreme, quando ho potuto. Il significato ci riguarda talmente tanto che non possiamo evitare, far finta di nulla, voltarci dall’altra parte».
d. Ne è proprio certo?
r. «Sì. Le analisi geopolitiche non bastano. Quello dell’Isis non è solo un modo di comunicare, di fare propaganda. Vogliono “significare”, rappresentare e vivere il loro mondo. Una specie di incubo realizzato dentro il quale loro sono i demoni. Una messinscena così crudele serve a dirci cos’è la guerra, anche cosa ci aspetta».
d. Eppure l’Università di Al-Azhar, al Cairo, ora chiede «l’uccisione, la crocifissione e la mutilazione dei terroristi dell’Isis».
r. «Infatti. Forse l’Isis non sta calcolando le conseguenze fino in fondo. Sfregiano la religione islamica, rischiano di spingere parte del mondo musulmano, anche sunnita, a reagire con sdegno. Alla fine potrebbero non controllare il meccanismo diabolico messo in moto».

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