Cinquanta sfumature di nulla: l’amore a San Valentino diventa soft-sadomaso

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

La scena più divertente è al tavolo delle riunioni, nella stanza tutta vetri e pareti fiammeggianti, con i due amanti che discutono, voce per voce, arrivando a qualche compromesso, il contratto sessuale in chiave sado-maso all’insegna del rapporto Dominatore & Sottomessa. Quella pratica sì, quella no, un po’ di corde e fruste ma senza esagerare, niente “fisting anale e vaginale” (non ci vuole molto a capire cos’è), eccetera.

Fa sorridere la contrattazione “aziendale”, e certo la regista britannica Sam Taylor-Johnson, video artista blasonata e già autrice di un film discreto sul giovane John Lennon, “Nowhere Boy”, deve aver pensato di alleggerire il clima della torbida storia narrata dal romanzone di successo “Cinquanta sfumature di grigio” vergato da E. L. James, lesta a confezionare due fortunati seguiti per circa 100 milioni di copie totali.

Il titolo, per chi non sapesse, allude non al colore dei capelli di un personaggio, ma al cognome del protagonista maschile, appunto Christian Grey, che suona anche come grigio. Nel film lui promette «cinquanta sfumature di perversione» e basta entrare nella sua segreta stanza dei giochi per capire che il giovanotto, un manager ricco come un creso e col petto punteggiato di strane cicatrici, non intrattiene un rapporto proprio sano, diciamo singolare, col sesso. «Io non faccio l’amore. Io scopo: forte» annuncia alla ragazza virginale, anzi proprio vergine, che è andato a intervistarlo per conto di un’amica esibendo una serie di domande scritte  piuttosto cretine.

Fatto uscire per San Valentino, e vai a sapere se è una geniale operazione di marketing, il film cerca le lettrici agé che hanno palpitato scorrendo le bollenti pagine del neo-Kamasutra. Un po’ identificandosi, un po’ no nelle avventure di Anastasia Steele, detta Ana, la fanciulla acqua e sapone che studia letteratura inglese e per arrotondare lavora in un negozio di ferramenta.

Più tendenza Thomas Hardy che Jane Austen, e alla lunga si capisce di che pasta è fatta la ragazza, Ana è una romantica in cerca di un amore vero, generoso, normale; e si ritrova invece per le mani un vizioso, traumatizzato da bambino da una misteriosa pedofila, che non si fa toccare da nessuna donna e si guarda bene dal dormire con le sue “prede” a contratto.

«A che cosa deve il suo successo?» chiede Ana durante il primo incontro. «Esercito il controllo su tutto» fa lui. «Sarà molto noioso…» chiosa lei. Avrete capito, anche senza aver compulsato il libro, che tra i due è passione a prima vista; e con la passione nascono i problemi, perché Christian si eccita solo legando e torturando un po’ le sue fanciulle, mentre Ana, pur intrigata, ambisce a cambiare l’eccentrico perverso. Si apre e si chiude con un saluto davanti all’ascensore, per la serie: se incassa, via col seguito…

«Sciocco ma elegantissimo» secondo Marco “stracult” Giusti, “Cinquanta sfumature di grigio” sacrifica un bel po’ di sesso esplicito per rendere il film uno spettacolo per tutti, non troppo vietato in patria e da noi, dove si allude molto e si vede poco o niente. Mai i genitali, per dire, neppure a riposo; in effetti tutto è molto coreografato, plastico, fasullo, stilizzato, da trash letterario riprodotto con smalto estetizzante, tra citazioni d’arte contemporanea, “Notturni” al pianoforte, arredi post-moderni e canzoni di Beyoncé.

Dimenticare, insomma, film come “Justine” con Romina Power, “Histoire d’O” con Corinne Cléry, che all’epoca fecero scalpore e oggi suscitano al massimo intenerita nostalgia; dimenticare soprattutto “Shame” di Steve McQueen, con il sex-addicted Michael Fassbender, che induceva un certo senso di repulsione, meglio di disagio, ma si sporcava con la materia; e certo il controverso e lambiccato dittico “Nymphomaniac” di Lars von Trier.

La verità? Si va a vedere “Cinquanta sfumature di grigio” già un po’ rassegnati, al massimo incuriositi. Si tifa per lei e a un certo punto pare che il fusto perverso vacilli di fronte all’orgogliosa cedevolezza della fanciulla. Che sia redento dall’amore? Ma non sarà così, o forse sì, dipende appunto dal box-office. Di sicuro il tedio incombe sulle loro acrobazie erotiche.

Anastasia è incarnata da Dakota Johnson, figlia di Melanie Griffith e Don Johnson nonché figliastra di Banderas: all’inizio la pettinano e la vestono da studentessa, ma noi sappiamo che sotto jeans, maglietta e mutande di cotone ha un corpicino da sballo, che stuzzica e alimenta le più contorte fantasie di Mr. Grey, cioè l’ex modello inglese Jamie Dornan: muscoli al punto giusto, sedere sodo, abiti strizzati, cravatte tutte uguali per doppio uso, un occhio più chiuso dell’altro e un’aria da impunito maledetto.

Magari bisognava osare di più sullo schermo, rendere meno plastico e asettico il gioco dei corpi nudi; non fosse altro che per restituire la perversione di cui tanto si parla per tutto il film. Invece i due attori (brava e vibratile lei, uno stoccafisso lui) sembrano solo preoccupati di non mostrare le parti intime, d’intesa con la regista. Ridateci Mickey Rourke e Kim Basinger di “Nove settimane e ½”. Almeno loro si divertivano sul serio di fronte al frigorifero aperto.

Michele Anselmi

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