Nanni Moretti e il reame di Nutella: una crema di nocciole contro la depressione

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Non c’è solo Nanni Moretti, che certo è un’autorità in materia. Nel mondo dello spettacolo sono in tanti, a compulsare il volume di Gigi Padovani “Nutella – Un mito italiano”, a intrattenere un rapporto speciale con la mitica crema di nocciole dal sapor di cioccolato. Alcuni nomi? Monica Bellucci, Juliette Binoche, Piero Chiambretti, Francesca Neri, Julia Roberts. Poi ci sono gli sportivi: Filippo Inzaghi, Michael Schumacher, Giovanni Soldini, Alberto Tomba, Francesco Totti. Per non dire dei politici: da Silvio Berlusconi a Gianfranco Fini, da Maurizio Gasparri a Walter Veltroni.

Una sorta di “Nutellame”, il reame di Nutella, dove tutti torniamo un po’ bambini, con le labbra e le dita marroni dopo una scorpacciata da indigestione. Del resto, se è permesso un ricordo personale, a metà degli anni Sessanta la Nutella diventò addirittura una manna dal cielo: sulle spiagge dell’Adriatico aerei da turismo gettavano piccole confezioni di quella delizia, con tanto di mini-paracadute, sui bimbi che si buttavano in acqua per non restare a mani vuote.

E tuttavia bisogna riconoscere che fu il regista di “Caro diario”, non per niente noto nell’ambiente come “La mousse è finita” o “La volpe del dessert”, a eternare sul grande schermo le risorse magiche del dolcissimo antidepressivo inventato dal grande industriale Michele Ferrero, morto a 89 anni sabato 14 febbraio. Ricorderete. In “Bianca”, 1984, il fobico e maniacale prof di matematica Michele Apicella, alter-ego del cineasta, con gli occhi bistrati e a torso nudo pesca da un gigantesco barattolo issato sopra il tavolo (no-logo, s’intende, ma l’allusione è chiara) la mitica crema marrone e la spalma col coltello su un’enorme fetta di pane. Quanti di noi avranno sognato di farlo nei momenti bui, nelle strette dell’esistenza, quando tutto sembra andare storto?

Nome perfetto, Nutella. Ha 50 anni e non li dimostra. Italianissimo e tuttavia, per via di quel “nut” ovvero nocciola, facile da pronunciare anche nei Paesi anglosassoni, pure in tutto il mondo. Altro che l’originale “Pasta Gianduja”. In tanti hanno provato ad imitare la densità speciale di quella crema, senza riuscirci. Perché non c’è nulla da fare: senti subito la differenza col surrogato simil-Nutella. Un po’ come capita, alla voce bibite, con la Coca-Cola o la cedrata Tassoni.

Detto questo, essendo così allegramente pop, il marchio Nutella è riuscito a imporsi perfino sulla sostanza del prodotto racchiuso nell’inconfondibile vasetto. Con buona pace di Leonardo Pieraccioni, che nel suo film d’esordio, “I laureati”, satireggia in chiave anti-morettiana: «Vogliamo stare tutta la vita a rimpiangere la Nutella?». Ma è una mosca bianca. In tanti hanno cantato le suggestioni nutellesche: c’è una “Nutella amara” di Corrado Guzzanti a teatro, scrittori come Giuseppe Culicchia, Gianni Farinetti e Jacopo Fo hanno mobilitato la nostalgia, esiste perfino un poema in latino maccheronico sul “magno barattolo”, di tal Riccardo Cassini, intitolato “Nutella Nutellae”.

E a non dire delle canzoni. Con Dj Francesco, qualche anno fa, la Nutella salì anche sul palco di Sanremo: il barattolo da aprire diventò metafora del desiderio amoroso, anche sessuale, attraverso “Era bellissima”. Poi c’è Giorgio Gaber: «Se la cioccolata svizzera è di destra / la Nutella è ancora di sinistra» scherzava in una sua nota canzone-sfottò; e vai a sapere se è proprio così. Di sicuro aveva ragione Ivan Graziani quando intonava, su parole di Renato Zero: «E invece di drogarti, che vai al creatore, fatti di Nutella ogni due ore…». Saggio consiglio. Occhio alla glicemia alta, però.

Michele Anselmi

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