Il sadomaso soft gode al botteghino: 50 sfumature di grigio più forte di un cinepanettone

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

C’è poco da fare. “Cinquanta sfumature di grigio” è un successo planetario. In soli quattro giorni ha incassato 248 milioni di dollari nel mondo. Il record appare ancora più consistente perché quasi dappertutto il film della regista britannica Sam Taylor-Johnson è uscito con qualche restrizione, causa tema scabroso. In Italia, per dire, è vietato ai minori di 14 anni. Ma difficilmente avrebbe richiamato i bambini. I grandicelli, invece, hanno fatto la fila sin da giovedì scorso, in un crescendo gaudente racchiuso in questa cifra: 8.5 milioni di euro nel primo week-end, per una media a copia di 9.000 euro. Solo Checco Zalone, con “Sole a catinelle”, fece di meglio: 18.6 milioni di euro nel primo fine settimana, ma era commedia per tutti, all’insegna del divertimento comico.
Del resto, perché meravigliarsi? Il festival di Sanremo ha chiuso con uno share del 54.21 per cento, pari a quasi 12 milioni di telespettatori, ed erano anni che inseguiva certe medie. “Cinquanta sfumature di grigio” non è l’altra faccia della sagra canora, per la serie “il diavolo e l’acquasanta”; semmai il suo clamoroso exploit al botteghino, sempre in chiave pop ma forse più kitsch o addirittura trash, conferma quanto poco contino oggi, in Italia, critici, commentatori e maîtres è penser. Insomma i direttori artistici della vita altrui.
Poi, s’intende, ognuno la pensa come vuole sul romantico cine-trattatello sadomaso preso dal romanzo di E.L. James. Carlo Verdone, che pure è andato a vederlo, protesta: «Un film di rara imbecillità. Siamo al ridicolo, all’irritante. Lui al pianoforte è da pernacchie, la scena dai colori rossi un trash assoluto». Ha ragione. Come ha ragione Natalia Aspesi quando sdrammatizza su “la Repubblica”: «Il successo mondiale del libro è già stato studiato come fenomeno inspiegabile, quello del film preoccuperà altri esperti. Ma per quanto stroncato dalla critica, indignata e ridanciana, il film è comunque meglio del romanzo, se non altro perché la sua feroce banalità l’ha diretta un’artista visuale».
Intanto alla Universal-Italia stappano bottiglie di champagne. Un comunicato diffuso di prima mattina parla di «esordio da record». In effetti tale è. Con l’aria che tira in Italia, 8.5 milioni di euro al botteghino in quattro giorni è tanto, una cifra strabiliante (per dire: “La grande bellezza”, alla fine del suo lungo sfruttamento, si fermò a 7.4 milioni, e sembrava già molto). In ogni caso le buffe acrobazie erotiche di Anastasia Steele e Mr. Christian Grey paiono stuzzicare dappertutto, se è vero che nel Regno Unito più la cattolicissima Irlanda il film ha totalizzato l’equivalente di 21 milioni di dollari, in Germania 15.2, in Francia 12, in Spagna 8.
Si accettano scommesse sul risultato finale: 20 milioni? Certo il cinema italiano non se la passa bene, a parte due o tre eccezioni (Aldo, Giovanni & Giacomo e Alessandro Siani). Travolto prima da “American Sniper”, che ha superato da noi i 18.7 milioni restituendo il sorriso al roccioso Clint Eastwood; adesso da questo sexy-fumettone lanciato a San Valentino con scaltra operazione di marketing mirata a conquistare prima le lettrici che hanno palpitato sulle bollenti pagine del libro e poi l’universo dei maschietti incuriositi da bondage, fruste, latex, corde, divaricatori anali e gingilli vari. Ma tutto all’acqua di rosa, evocando molto e mostrando poco. In materia di “famolo strano”, per dirla con Verdone, vale la pena di ribadire: ridateci Mickey Rourke e Kim Basinger di “Nove settimane e ½”. Almeno loro se la spassavano sul serio davanti al frigorifero aperto, accarezzati dalle note birichine di “You Can Leave Your Hat On” cantata da Joe Cocker (l’originale di Randy Newman è meglio).

Michele Anselmi

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