Noi e la Giulia: Edoardo Leo, un autore “commerciale”

Nel 2010 Edoardo Leo stupì tutti con quel brillante esordio di 18 anni dopo, commedia vera (e anche un po’ nera) che riportava il cinema italiano sulle strade, da tempo non più battute, del road movie. Una commedia dolceamara, che riecheggiava Il sorpasso di Dino Risi, che sapeva amalgamare in dosi pressoché perfette la tragedia e la comedy. Nel 2013 l’opera seconda Buongiorno papà, di carattere molto meno autoriale rispetto al debutto, puntava a coinvolgere un pubblico più vasto, cercando di inglobare i teenager scegliendo come attore protagonista Raoul Bova, interprete discontinuo ma di sicuro e costante appeal soprattutto sul pubblico femminile. Lo poneva al centro di una sorta di fiaba familiare, di una paternità che suona inaspettatamente alla porta, di un lato dell’amore tutto da scoprire e da ridere in un film che, pur con qualche indecisione, si faceva promuovere. Noi e la Giulia torna all’ambizione dell’esordio, alla voglia di osare, di fare qualcosa di nuovo. Un’ambizione subito palesata in titoli d’inizio ingombranti, luccicanti, stilosi e magniloquenti come quelli di un’auto da collezione. Un’ambizione che poi si mette totalmente a nudo nella tematica di fondo del film: la lotta alla camorra, il pizzo da (non) pagare, la legalità da affermare per una vita normale. Incontro-scontro con la criminalità di stampo mafioso già tentato, con esito incerto, a fine 2014 da La nostra terra di Giulio Manfredonia. C’è quindi un precedente, per di più recente, a rendere il terreno ancor più scivoloso.

In Noi e la Giulia però, diversamente dal debutto, c’è una tipologia di ambizione che tiene molto più conto del grande pubblico, e lo fa virando verso “espedienti” più commerciali, come la ridondante e retorica voce over che apre e chiude il film, in un riconciliante finale che apre i polmoni e fa uscire di sala forti e soddisfatti, con l’animo e le orecchie ronzanti di una (sana) morale a metà strada tra “barcollo ma non mollo” e “adesso ammazzateci tutti”. Noi e la Giulia insegue quindi lo scanzonato brio di La mossa del pinguino e il ritmo costante di Smetto quando voglio, cercando di orchestrare al meglio tutti questi elementi sotto il tetto di un casale da agriturismo abitato da una fauna di moderni mostri all’italiana: il torinese precisino ma “prostratosi” al capo per tutta la vita, lo showman coatto e razzista di una Tv locale, un panciuto e “stempiato” ristoratore fobico di qualsiasi cosa, un barbuto nostalgico del comunismo duro e puro, una ragazza madre dalla gioventù bruciata. Insomma, un manipolo di falliti che si ritrova a condividere un sogno di rinascita, e di legalità.

È quindi evidente come Noi e la Giulia, dietro la copertina di commedia adatta a tutti, che diverte un ampio spettro di fenotipi spettatoriali, sia un film complesso, composito, furbo. Edoardo Leo è quindi un pioniere di una nuova commedia (all’)italiana, con un piede nell’autorialità e uno nel prodotto commerciale. Piace sia a chi vuole solo farsi quattro risate sia a chi si aspetta qualcosa di più dal cinema made in Italy. Edoardo Leo ha l’idea e le idee giuste, le sa mettere in sceneggiatura, nascondendo sottotraccia la componente autoriale e lasciando in primo piano battute ponderate e divertenti. Ma non solo. Sa usare, e non è poco, in chiave espressiva i mezzi filmici che gli vengono forniti, sfornando una bella fotografia e movimenti di macchina inusuali per una commedia, come quel plongée sui titoli di coda che ascende al cielo come nel finale di Reality di Matteo Garrone. Una citazione non casuale, sintomo di un autore “commerciale”, Edoardo Leo, che sa osservare, rielaborare e fare suo.

Tommaso Tronconi
(Onesto e spietato)

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