Birdman vola alto agli Oscar. Ma che cantonata non premiare Keaton

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

La cantonata più grossa? Non aver concesso l’Oscar per la migliore interpretazione maschile a Michael Keaton. In “Birdman” l’attore è fenomenale, si cuce addosso la parte della star decaduta di film d’azione un tempo popolari, tal Riggan Thomson, alle prese con un debutto impegnativo a Broadway per provare a se stesso di poter ricominciare da capo. Se l’avete visto, doppiato in Italia da Massimo Rossi, dovrete riconoscere che è fenomenale; non tanto quando gira in mutande e calzini per i dintorni del teatro (gli si è chiusa una porta dietro mentre fumava una sigaretta) finendo fotografato su Facebook e Twitter, semmai quando si mette in gioco mostrando i segni dell’età, le frustrazioni da ex-Batman, anzi ex-Birdman, le furbizie del mestiere, le miserie di uomo e padre, le contorsioni della sua mente. «Ma mi avete visto? Sembro un tacchino con la leucemia» si descrive. Mentre l’algida critica teatrale, che verga al taccuino le recensioni di fronte a un whisky, promette di stroncarlo a prescindere: «Non sei un attore, sei una celebrità».

Ma se Keaton è stato snobbato dai signori dell’Academy, lesti a premiare il più giovane Eddie Redmayne, dopo il Bafta, il Golden Globe e lo Screen Actor’s Guild Award, per come incarna il fisico e astrologo Stephen Hawking in “La teoria del tutto” (giusta la dedica ai malati di Sla di tutto il mondo), “Birdman” alla fine ha dominato la serata degli Oscar, portando a casa quattro statuette, di quelle pesanti: miglior film, migliore regista, migliore sceneggiatura originale e migliore fotografia. Un trionfo personale per il messicano Alejandro González Iñárritu, cineasta estroso e originale, di solito tendente alla tragedia fonda, come provano alcuni dei suoi film precedenti, da “21 grammi” a “Babel”. «Come portafortuna indosso le mutande di Michael Keaton» ha scherzato prima di ricevere l’ambita statuetta. Sean Penn, aprendo la busta dorata per la migliore regia, ha giocato sul successo dei messicani a Hollywood (l’anno scorso aveva vinto Alfonso Cuarón con “Gravity”), scandendo per finta: «Chi ha dato la green card a questo bastardo?».

“Birdman”, presentato in anteprima mondiale a Venezia 2015, non era piaciuto granché alla giuria presieduta dal compositore francese Alexandre Desplat, benché Carlo Verdone si fosse speso nella solitaria battaglia, risultata poi vana; e proprio Desplat esce vincitore da questa tornata degli Oscar per la musica di “Grand Budapest Hotel”, l’altro titolo in lizza per il massimo premio, insieme a “Boyhood”, “The Imitation Game” e “American Sniper”.

Il film di Wes Anderson, delizioso quanto intelligente, e non così calligrafico o inconsistente come è apparso a qualcuno, si porta comunque a casa quattro statuette: oltre alla musica, quelle per la migliore sceneggiatura non originale, per la scenografia e per i costumi, nella persona della nostra Milena Canonero. Meritava di più “Gran Budapest Hotel”? Dipende. Certo è un gran film, baciato anche da un lusinghiero successo di pubblico in patria e non solo; ma “Birdman”, arrivato a 2 milioni e mezzo di euro al nostro botteghino, deve essere apparso più denso, adrenalinico, infisso come un chiodo nella cultura americana, quasi una metafora del successo e delle sue variabili (come “l’ignoranza” del sottotitolo).

Annunciatissimo anche il premio, per la migliore attrice protagonista, a Julianne Moore, che in “Still Alice” incarna con toccante e non piagnona sensibilità una donna colpita dall’Alzheimer: si sa, che a Hollywood malati, disabili e picchiatelli vanno sempre forti; nessuna sorpresa alla voce interpreti non protagonisti, dove trionfano lo straordinario caratterista J. K. Simmons, impietoso insegnante di batteria in “Whiplash”, e Patricia Arquette per “Boyhood”. Sacrosanto l’Oscar per il miglior film straniero, cioè non girato in inglese, andato al polacco “Ida” di Paweł Pawlikowski.
La cronaca registra una doppia gaffe nel consueto memorial dedicato ai grandi scomparsi: omaggiati Virna Lisi, Anita Ekberg e Alain Resnais (dimenticato l’anno scorso), neanche una menzione per Francesco Rosi e Joan Rivers. Sarà per il 2016, si spera.

Michele Anselmi

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