Rapaccini vs Verdone: “Non meriti il Premio Monicelli” (e se ne va offesa)

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per il Secolo XIX

Si può capire l’amarezza di Carlo Verdone. A Grosseto, il 7 marzo, gli danno un premio nel nome di Mario Monicelli. Spiega al “Tirreno”: «Sono orgoglioso. È un riconoscimento che all’inizio della mia carriera, più di 40 anni fa, non avrei neanche sognato di poter ricevere». Poche ore dopo, sulle stesse colonne, arriva una lettera infuocata nella quale Chiara Rapaccini, per un trentennio compagna del regista scomparso, si dissocia «ufficialmente» dall’iniziativa grossetana, diretta da Mario Sesti, accusandola di premiare cineasti che «non rappresentano, se non in piccola parte, il pensiero e soprattutto il cinema di Mario, sempre al confine tra commedia umana, società e politica sofferta».
La signora avrebbe voluto un premio per Pif, il regista di “La mafia uccide solo d’estate”, e uno «per un giovane autore toscano, meglio, maremmano». Non è andata così. Sentendosi inascoltata, Rapaccini saluta offesa, anche perché, nello scegliere ora Verdone e prima Fausto Brizzi e Giovanni Veronesi all’insegna del “nazional-popolare”, non si sarebbe tenuto conto «del Monicelli pensatore rivoluzionario, attuale e, quel che più conta, amato dai giovani, più che all’autore di commedia tout court». Vabbè, siamo un po’ al ridicolo. Come se Monicelli non avesse praticato un cinema “nazional-popolare”, capace di parlare al grande pubblico senza la puzza al naso.
Appena arrivato a Mons, in Belgio, dov’è in corso una rassegna dei suoi film, Verdone sembra più stupito che arrabbiato. «Ma che significa? Ho ricevuto premi intitolati a Bresson, Chaplin, Leone, Troisi… Amo il cinema di Monicelli, conoscevo l’uomo, sono regista di commedie. Boh!». Andrà lo stesso il 7 a ritirare il premio? «Ma sì. A questo punto per simpatia verso i grossetani». Bravo: perdona e dimentica.

Michele Anselmi

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