Massimo Girotti, un saggio di Roberto Liberatori fa luce su un’icona dimenticata del nostro cinema

Edito dal Centro Sperimentale di Cinematografia e da Teke, è ora in libreria Massimo Girotti – Cronaca di un attore, ne abbiamo parlato con il suo autore, Roberto Liberatori.

Il tuo saggio colma una grave mancanza nel panorama della saggistica cinematografica: escludendo un libro-intervista di qualche anno fa, non mi sembra siano state scritte altre monografie su questo attore simbolo del nostro cinema. Come spieghi il perché?

Direi che in generale, l’Italia è un paese dalla memoria corta, anzi cortissima. Figuriamoci per una “cenerentola” come la cinematografia. Manca una cultura della memoria che altri paesi invece hanno e coltivano, come la Francia. Non a caso la prima monografia in assoluto dedicata a Girotti è francese. L’ha scritta un professore di liceo parigino, Michel Azzopardi. Siamo nel 1998, l’anno in cui Girotti compie 80 anni, un evento che passa praticamente sotto silenzio, se si esclude il ricordo che su un quotidiano ne fa Tullio Kezich. Nello specifico, mi sono sempre chiesto, in questi anni, come mai nessuno ci fosse arrivato prima di me, vista la quantità di storie, film, personaggi della cultura e della storia italiana che hanno attraversato la vicenda artistica di Massimo Girotti.

La rimozione di un divo che ha saputo attraversare oltre sessant’anni di cinema italiano potrebbe avere a che fare con un modello di attore meno classificabile del solito? Da una parte volto popolare, in moltissime produzioni di cassetta, e dall’altra interprete raffinato per autori fondamentali come Blasetti, Visconti, Antonioni, Pasolini: non mi vengono in mente altri nomi in grado di incarnare questa dicotomia…

A sfavore di Girotti, credo abbia contribuito il suo carattere di uomo schivo e riservato, non alla ricerca del facile successo, ma di occasioni che rappresentassero un momento di crescita personale e culturale. Quando si trovava costretto, per ragioni alimentari, a scegliere dei film di cassetta, anche brutti, direi, ne approfittava per viaggiare, leggere, conoscere persone nuove che potessero aprirgli la mente. Possiamo dire, un intellettuale prestato al cinema. Tu dici “meno classificabile”…, sì, anche. Il fatto, per esempio, che non abbia compiuto il grande salto verso la Commedia all’Italiana, negli anni in cui il genere si afferma e fa il giro del mondo, gli impedisce di trasformarsi in una maschera popolare riconoscibile dal grande pubblico. Ma lui, alla commedia, si concedeva solo se aveva un regista capace di seguirlo e accompagnarlo per mano.

Come metti in risalto nel tuo lavoro, non c’è solo un “tipo” in Girotti, ma molti: dal sex symbol al caratterista, dall’attore impegnato fino all’interprete televisivo e teatrale. In che modo, questo oscillare tra palcoscenico, piccolo e grande schermo ha influito sulla sua carriera?

Questo passare attraverso mezzi diversi lo ha reso un attore più consapevole delle proprie capacità. Anche se lui si sentiva sempre, fino alla fine, insicuro dei propri mezzi. Ma è indubbio che la disciplina del palcoscenico abbia irrobustito le sue corde di attore. Mi viene in mente un titolo poco citato nella sua filmografia ma che ha me piace segnalare: Ai margini della metropoli di Carlo Lizzani. Nella scena dell’arringa finale, Girotti dimostra come il teatro avesse giocato a sua favore con un monologo in cui è assolutamente padrone di sé. E in cui dimostra come bellezza e bravura potevano facilmente coesistere.

Girotti è stato anche, forse soprattutto, un attore anticonformista, capace di scelte difficili, un artista che si è dato interamente a registi dalla forte cifra… Si può dire che la fase discendente della sua carriera, a partire cioè dalla seconda metà degli anni Settanta, coincida con il periodo più buio della nostra storia cinematografica, quello in cui iniziano a mancare gli autori?

Mi sembra un’osservazione interessante. In effetti se pensi ai registi e autori che hanno riempito il suo curriculum professionale nei decenni precedenti…il panorama è decisamente sconsolante. Tieni però anche conto che sul finire degli anni Settanta, Girotti recupera la sua capacità di selezione dei lavori: preferisce non lavorare, piuttosto che concedersi a produzioni farraginose.

In un capitolo scrivi: “Quello di Massimo Girotti è un tipico esempio di mancata corrispondenza tra la maturità artistica di un attore e il suo adeguato utilizzo”. Credi che gli sia mancato un regista-faro per il suo pieno sviluppo?

Sì, certo. A partire dagli anni sessanta Girotti non trova un regista in grado di illuminarlo come era avvenuto in passato. Quello che Fellini fa con Mastroianni o Dino Risi con Vittorio Gassman, solo per citare due esempi maggiori, a lui manca. È così che lentamente viene emarginato dal cinema d’autore a cui lui era legato. Bisognerà aspettare il 1968 quando Pier Paolo Pasolini lo sceglie per il ruolo emblematico del capo famiglia che si spoglia di tutto in Teorema.

In che modo ha lavorato con il Centro Sperimentale di Cinematografia al progetto di questo volume?

È stata una felice coedizione. Devo ringraziare Mario Militello che ha creduto da subito e fortemente in questo progetto. Il Centro Sperimentale ha messo a disposizione, con la competenza che gli è propria, tutto l’apparato iconografico. Abbiamo cercato e selezionato foto dell’archivio, i fotogrammi dalle pellicole e le pagine delle riviste dell’epoca. Poi c’è stata la parte redazionale e quella grafica che ha coronato il tutto. Devo dire che il risultato è positivo e oltre le mie aspettative.

Al di là del valore dei singoli film, quali sono i titoli fondamentali per capire l’evoluzione attoriale di Girotti?

A me piace segnalare, più che un titolo, un personaggio: Luchino Visconti, il nume tutelare della sua carriera. Tutti gli attori che avranno a che fare con lui ne usciranno trasformati e Girotti è stata una delle sue prime magnifiche creature. Nel ’43, con Ossessione, Visconti lo trasforma in un attore dalla rigorosa professionalità, mosso dal desiderio di migliorarsi. È lui che gli indica la strada da seguire, le vette da raggiungere e gli ideali a cui ispirarsi. La stessa cosa fa molti anni dopo, nel ’76, con l’ultimo suo film: L’innocente. Il personaggio di Girotti, il conte Egano, è secondario ma da questo momento comincerà ad interpretare, con credibilità e bravura, uomini dal fascino maturo e aristocratico; rappresentanti di un mondo che vive la vita come su un palcoscenico.

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