Se Leopardi era favoloso, Boccaccio è maraviglioso (pure un po’ noioso)

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Se il giovane Leopardi è “favoloso” per Martone, messer Boccaccio è “maraviglioso” per i Taviani. Tutto in “oso”. Magari la rima è un caso, magari è una scelta di marketing. La letteratura torna di moda al cinema, non è detto che sia un male. Matteo Garrone sta finendo di montare il suo ambizioso e cupissimo “Lo Cunto de li cunti”, noto anche come “Pentamerone”, tratto dal napoletano Giambattista Basile, girato in inglese per il mercato internazionale; mentre Stefano Accorsi porta a teatro proprio in questi giorni il “Decameron” su regia di Marco Baliani.
Per i toscani Taviani, che già si erano ispirati per un loro film a una novella di Boccaccio sia pure riveduta e corretta, l’incontro col “Decamerone” forse era scritto nel destino. Vi arrivano tardi, dopo il successo di “Cesare deve morire”, piccolo film girato in economia, senza attori professionisti, tra i carcerati di Rebibbia che si misurano con Shakespeare per evadere “mentalmente” dalla loro prigione.
“Maraviglioso Boccaccio” invece è una produzione impegnativa, costosa, con una decina di interpreti noti, da Paola Cortellesi a Riccardo Scamarcio, da Vittoria Puccini a Michele Riondino, da Kasia Smutniak a Kim Rossi Stuart, che si prestano volentieri alla scommessa estetica, con l’aria di chi risponde all’invito prestigioso dei “maestri” toscani per partecipare al capolavoro. Che tale, invece, non è. Non che sia brutto, “Maraviglioso Boccaccio”, il magistero dei Taviani si manifesta nella composizione elegante delle immagini, nel gusto non realistico, quasi ieratico, di una messa in scena che finge di essere realistica, nella ricerca di ambienti medioevali e al tempo stesso astratti, nell’utilizzo degli attori, i famosi e gli esordienti. Però è un po’ tedioso, insomma noioso, e di nuovo fa rima con “oso”. Magari il pubblico accorrerà incuriosito, e sarà comunque un bene, specie se la proposta riscuoterà l’interesse dei giovani spettatori, gli stessi che hanno fatto la fortuna del “Giovane favoloso”, contro ogni previsione.
«Ieri come oggi, la peste può presentarsi con mille facce» spiegano i Taviani. Quasi a dirci che la peste nera che nel 1348 colpì Firenze, sfigurandola e facendo migliaia di vittime, oggi assume altri contorni, altrettanto minacciosi: le decapitazioni filmate dall’Isis, gli emigranti che muoiono affogati nel canale di Sicilia, la mancanza di lavoro e speranza, il ripudio della politica, anche del voto.
Ecco quindi l’idea di trasformare i dieci giovinetti che scappano da Firenze per non contare i morti, sono sette ragazze e tre maschietti, in “novellatori” capaci di ribellarsi all’oscurità, intenti a riprendersi la vita parlando di amore nelle più diverse forme, sia pure sotto la clausola della castità, almeno nei giorni che passeranno in quella villa-rifugio. Il tutto, s’intende, in una prospettiva fortemente femminile, che esalta la forza e l’allegria delle donne, la loro inesausta capacità di reagire agli eventi riportando la vita dove ansima la morte.
I Taviani citano, tra i riferimenti d’obbligo, solo il “Decameron” di Pasolini, per la poetica e violenza rappresentazione dell’eros, pur prendendo le distanze da quel film che pure fece scuola e scandalo. «Degli altri “Decameroni” preferiamo non parlare» avvertono i fratelli, a sottolineare una certa lontananza dal cosiddetto genere “boccaccesco”: dallo stracult “Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda tutta calda” di Mariano Laurenti (caro a Veltroni) al recente “Decameron Pie”, già “Virgin Territory”, di David Leland.
Cinque le novelle scelte, tra le tante della raccolta, per dare un senso alla riscrittura per immagini: due dalla prima parte del “Decamerone”, tre dalla seconda, senza rispettare l’ordine letterario. L’idea è di tralasciare gli elementi più triviali, appunto boccacceschi, in materia di sesso, per puntare sulla forza del racconto, dell’invenzione, della fantasia; e naturalmente s’è dovuto mettere mano alle storie per arredarle sul piano drammaturgico, approfondire le psicologie e le dinamiche di gruppo. «Boccaccio tira veloce nelle sue novelle. Diciamo che ci ha dato un calcio, e noi gliene diamo due» confessano i registi di “La notte di San Lorenzo”.
Così la cornice con i dieci giovinetti scappati dal morbo mortale, acerbi e belli, immersi in una pace bucolica che pure non ottunde le coscienze (quel tappeto di ciliegie che sembra sangue), serve per lanciare le novelle vere e proprie, affidate, appunti, agli interpreti di nome. Il tono generale dell’affresco tende al tetro, tra resurrezioni apparenti e cuori strappati, con l’eccezione dell’episodio del bischero Calandrino che si crede invisibile o forse ci marcia, e soprattutto la storia, su toni buffi da farsa, della Badessa Usimbalda che si gode l’amante nel letto finché non dovrà redarguire in pubblico una sorella anch’essa intenta a godersi un uomo nel silenzio conventuale.
Musiche per contrasto di Rossini, Puccini e Verdi, fotografia di elegante grazia pittorica firmata da Simone Zampagni, un’aria generale da esercizio calligrafico. Gli attori a volte sembrano scivolare in un registro vagamente da compagnia filodrammatica, e sarà certamente voluto, rientra nella cine-poetica dei Taviani, in un’idea di recitazione “poetica”. Però…

Michele Anselmi

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