Questioni di metodo, gli attori nel cinema di Antonioni

In un video tratto da un talk show americano dell’epoca, uno degli opinionisti chiede a Daria Halprin e Mark Frechette, i due giovani protagonisti di Zabriskie Point, come sia stato il loro rapporto con il regista Michelangelo Antonioni: “I’m just curios, is he good with actors or not?”. Evidentemente il singolare modo di rapportarsi che Antonioni aveva con gli interpreti dei suoi film era alquanto noto anche oltre oceano e, dal tono della domanda, sembra quasi che il suo atteggiamento venisse interpretato in modo abbastanza negativo (“ È buono con gli attori?” o in altri termini, “Non vi ha per caso maltrattati?”).

Sicuramente per gli attori provenienti dallo studio di un metodo, come appunto molti anglosassoni e statunitensi, il non poter disporre di molte informazioni sui retroscena dei personaggi che si trovano ad interpretare, deve essere in primo luogo spiazzante ed in secondo luogo frustrante. Antonioni dichiarò a più riprese che un attore “intelligente” era per lui molto più problematico da gestire: “ Io credo che più che l’intelligenza, sia necessario sollecitare l’istinto dell’attore, in qualsiasi modo, anche con trucchi. Cercando di far capire all’attore quello che deve fare chiarendogli le ragioni più riposte, si rischia di rendere meccanica l’azione dell’attore, oppure di renderlo, in un certo senso, regista di se stesso. Il che è sempre sbagliato perché l’attore non si vede, non si può giudicare e rischia quindi di non essere naturale” (da Fare un film è per me vivere, “La mia esperienza”, pag.10 ).

Quindi la tecnica di direzione che Antonioni mette a punto ha due obiettivi: rendere il più spontanea possibile la performance dell’interprete e mantenere il più possibile intatto il suo punto di vista autoriale evitando che l’attore metta troppo del suo nel personaggio e quindi nel film. “Se questo comportamento è vero, esso nasce proprio dall’intenzione di considerare la recitazione come uno dei mezzi che serve al regista per esprimere un’idea, sia figurativa, sia strettamente concettuale… Poi penserò io a cogliere quel che mi serve, a scegliere.”(da Fare un film è per me vivere, “Paradossi sugli attori ”, pag.17 ). I “trucchi” a cui si riferisce sono in parte mutuati dall’esperienza del Neorealismo. Si tratta di stimolare questa spontaneità facendo provare agli attori, sulla loro stessa pelle, le emozioni che devono rappresentare. Così accadde con Lucia Bosè in Cronaca di un amore. Lucia Bosè era molto giovane e quella era la sua prima esperienza cinematografica. “Quanti sganassoni prese, povera Lucia, per l’ultima scena. Il film si chiudeva con l’immagine di lei pesta e singhiozzante…Ma lei era sempre contenta, non aveva abbastanza mestiere per fingersi disperata…dovetti usare la violenza psicologica e fisica. Insulti, frasi mortificanti, umiliazioni e schiaffi cattivi. Alla fine…piangeva come una bambina piccola: fece benissimo la sua parte”. (da Fare un film è per me vivere, “Io e il cinema, io e le donne”, pag.167 ) La stessa cosa accadde con Jack Nicholson in Professione Reporter. All’inizio del film, nella scena in cui il landrover del reporter Locke si ingolfa nelle sabbie del deserto, Nicholson si lascia andare a gesti di disperazione estremamente realistici. “In quella scena volevo che lui arrivasse ad una crisi” spiega lo stesso Antonioni. “ …per arrivare alla crisi di Nicholson, ho cercato di rendere i nostri rapporti un po’ tesi . Lui non se ne è neanche accorto. Era un momento un po’ duro nel deserto. Con tutto quel vento e la sabbia, era terribile stare lì senza essere coperti come gli arabi e gli altri componenti della troupe. Quando abbiamo girato…il pianto era naturale, era vero”. (da Fare un film è per me vivere, “Il mondo è fuori dalla finestra”, pag.157-158 ).

Ritornando a Zabriskie Point ed all’intervista dei due giovani attori (i quali, bisogna ricordarlo, non erano professionisti ma due giovani presi proprio da quegli ambienti della contestazione da cui dovevano provenire i personaggi stessi del film), Mark Frechette risponde che il rapporto professionale con Antonioni dipende molto dal rapporto personale che si può riuscire ad intrattenere con lui. “This is an hard point, cos’ he’ s very distant” dichiara Mark, proprio a sottolineare la difficoltà nel relazionarsi col regista italiano. “ Volevo imparare qualcosa, ma lui non mi ha insegnato nulla…” conclude con molta amarezza.

Maria Rita Maltese

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