CASTELLITTO-MAZZANTINI FANNO IL TRIS: STORIA D’AMORE E DISAMORE SU DUE TRENTENNI VELLEITARI

L’angolo di Michele Anselmi  | Scritto per “il Secolo XIX”

Sergio Castellitto conosce bene i giornalisti, pur non amandoli granché (per scherzo, ma non troppo, dice che vorrebbe pure sostituirsi ai critici). Così, presentando “Nessuno si salva da solo”, il suo terzo film da regista tratto da un romanzo della moglie Margaret Mazzantini, spara subito tre frasi da titolo. La prima: «Questo è un film politico. Perché non c’è nulla di più politico della nostra intimità. La crisi ha spolpato i rapporti umani, la gente non ha più voglia di fare l’amore per quanto è depressa». La seconda: «Le donne sono morali, noi uomini siamo umorali, dei meravigliosi “fraciconi”, piangiamo solo se ci serve per acchiappare qualcosa. Proprio l’opposto di quanto si crede». La terza: «L’amore è un serpente che rifà sempre la muta. Uno stress di cui non possiamo fare a meno».
Nelle sale dal 5 marzo in 300 copie, targato Universal Pictures, “Nessuno si salva da solo” è la cronaca di una coppia in crisi, tra il 2008 e oggi. Mazzantini, appena passata da Mondadori a Feltrinelli, non si presenta all’incontro, e Castellitto, indicando la sedia vuota, scherza sopra: «Margaret stai zitta, oggi parlo io…». La coppia è salda, nella vita e nell’arte, per quanto lei recalcitri a farsi coinvolgere nelle cose del cinema. «Sono io che debbo spingerla, stavolta l’ho addirittura scongiurata. Sono due tipi diversi di scrittura. Alla fine Margaret ha preso in mano la materia del libro e ne ha quasi tratto una sceneggiatura originale» informa il regista. «Nel romanzo c’è un finale più acido, mozzato. Nel film c’è un dolore più controllato, il sentimento fondante è l’amarezza, ma energetica, incazzata, con punte di commedia».
Vergato dopo “Venuto al mondo”, l’epopea straziante sulla guerra a Sarajevo anch’essa portata al cinema da Castellitto, “Nessuno si salva da solo” è per l’autrice-ex attrice «una storia minimale: due trentenni, una cena storta malgrado il buon vino, il corpo morto del loro amore sul tavolo, l’infelicità coniugale». Tema classico, di impianto vagamente teatrale, che funziona quasi sempre al cinema. L’idea è di far breccia sul pubblico femminile trenta-quarantenne, il più fedele e determinato, come attesta pure il trionfo del romantico feuilleton sado-maso “Cinquanta sfumature di grigio” (a un passo dai 20 milioni di euro al box-office italiano).
Tutto è cucito addosso a Jasmine Trinca e Riccardo Scamarcio, ovvero Delia e Gaetano. Lei è una nutrizionista con un passato da anoressica e i denti irregolari per via del cibo mai vissuto allegramente, una che si definisce «debole, vulnerabile, bisognosa»; lui un boxeur amatoriale di periferia con ambizioni da scrittore, gagliardo e burlone. Si conoscono in palestra, di lì a poco consumano un amplesso selvaggio, quasi animale; ma poi sboccia un amore tenero, rispettoso, sancito dal matrimonio e allietato dalla nascita di Cosmo e Nicola. Reggerà alla prova della convivenza e del tempo?
Il film parte dalla cornice: la cena elegante durante la quale i due, fisicamente più adulti e sofisticati nel vestire, devono discutere di vacanze dei figli e assegni di mantenimento. L’inizio di una resa dei conti. Dice Castellitto: «Il tavolo diventa letteralmente un ring dove i due si raccontano e ci raccontano la loro storia d’amore e disamore, provano a capire perché non ce l’hanno fatta a restare insieme, a crederci».
Il regista ama una narrazione dalle tinte forti, dai toni melodrammatici, fatta di scene madri e lunghe tirate. Qui, in più, c’è parecchio sesso, ripreso con una certa audacia, sia nei momenti gioiosi sia in quelli penosi. Nessun imbarazzo per i due attori, del resto belli e dotati di corpi piacevoli. «Ogni scena di sesso rivela qualcosa della loro storia, anche il disfacimento familiare nell’ambito erotico» spiega Scamarcio, che si chiude subito a riccio se gli si chiede del prossimo matrimonio con Valeria Golino. «Mostrarmi nuda non è stato un problema. Mi fidavo di Sergio e Riccardo. Semmai conservo un notevole pudore nell’esposizione dei sentimenti» precisa Trinca, madre nella vita.
Si sprecano naturalmente le citazioni letterarie, da Dürrenmatt a Dostoevskij e Pessoa; e le canzoni a ogni attacco di scena, da Minghi a Dalla, da Waits a Cohen. Roberto Vecchioni appare in partecipazione speciale insieme ad Angela Molina, a dirci l’amore che resiste nel tempo, la capacità di assorbire i colpi senza perdere la magia. Qua e là fa capolino lo sfottò di un certo ambiente del cinema vagamente post-morettiano, cresciuto tra la caduta del Muro e l’11 Settembre, quella che il regista chiama “la generazione dei calcinacci”. Castellitto stavolta non recita, ma presta la voce a un produttore cinico in affari con l’Albania. Sentenzia: «Qui dobbiamo far ridere, la gente s’ammazza». Chiaro il messaggio?

Michele Anselmi

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