FATTI & RIFATTI: SE LA COMMEDIA ITALIANA RUBA ALL’ESTERO

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Diciamolo: farsi venire qualche idea nuova, no? D’accordo, succede nei momenti di crisi, quando gli spunti languono e si punta sull’usato sicuro, e non solo da noi, a dirla tutta. Anche Hollywood copia a man bassa dalla vecchia Europa e rifà in inglese per il mercato nord-americano. Sono quasi sempre polizieschi, gialli, storie altamente drammatiche o romantiche, che qualche volta migliorano nella trasposizione.

Ma la commedia italiana? Possibile che, anche nelle sue filiazione più farsesche e comicarole oggi in voga, non sia più in grado di raccontare questo scombinato Paese? Fateci caso. Che sia per pigrizia creativa o per mancanza di fantasia, i nostri produttori si rivolgono sempre più spesso a film stranieri, per lo più mai usciti in Italia, e li rifanno più o meno uguali, con le variazioni d’obbligo nel passaggio da un Paese all’altro.
Qualche esempio recente? “Il nome del figlio” di Francesca Archibugi è tratto dal francese “Cena tra amici”, “Fuga di cervelli” di Paolo Ruffini dallo spagnolo “Fuga de cerebros”, “Stai lontana da me” di Alessio maria Federici del belga “Per sfortuna che ci sei”, “Una famiglia perfetta” di Paolo Genovese dallo spagnolo “Familia”, “Un fidanzato per mia moglie” di Davide Marengo dall’argentino “Un novio para mi mujer”, “Cose dell’altro mondo” di Francesco Patierno dal messicano “A Day Without a Mexican”.
Tutto è ricominciato nel 2010, quando, con notevole intuizione di marketing, Medusa affidò a Luca Miniero il compito di risuolare in italiano la commedia francese “Giù al nord” di Dany Boon: l’originale era andato benino al nostro botteghino, ma il remake ambientato a Castellabate incassò 30 milioni di euro. Da allora, appunto, è stato tutto un fiorire di rifacimenti, spesso con scarsi risultati al botteghino, nell’illusione di prendere in prestito un buon “plot” per rivestirlo in chiave tricolore.
Buona sorte commerciale ha arriso invece al dittico “La peggiore settimana della mia vita” e “Il peggior Natale della mia vita”, entrambi diretti dal drammaturgo milanese Alessandro Genovesi, entrambi ispirati al format tv inglese “The Worst Week of my Life”. E proprio Genovesi, dopo l’insuccesso di “Soap-Opera”, ha pensato bene di prodursi in un altro remake sempre targato Colorado Film in associazione con Medusa. L’11 marzo esce infatti, in ben 450 copie, “Ma che bella sorpresa”, che poi non sarebbe altro che la versione nostrana del brasiliano “A mulher invisivel” di Claudio Torres. A occhio, basta fare un giro su You-Tube per accorgersene, è più divertente l’originale. Il produttore Maurizio Totti racconta che fu il collega Gianni Nunnari, trapiantato negli Usa, a segnalargli questa commedia carioca rimasta per ben 24 settimane nei cinema e poi trasformata in serie tv. L’ambizione è di ripetere il miracolo da noi. Per questo Totti ha ingaggiato Claudio Bisio e Valentina Lodovini, la stessa coppia di “Benvenuti al Sud”, mettendo al loro fianco il napoletano emergente Frank Matano, la top model Chiara Baschetti e due amabili vecchie glorie come Renato Pozzetto e Ornella Vanoni (quest’ultima inviperita per l’acre parodia di Virginia Raffaele a Sanremo).
In realtà qualche perplessità l’hanno avuta a Medusa. «Confesso che un po’ ci spaventava la storia della donna invisibile. Ma per la fiducia che riponiamo in Genovesi abbiamo deciso di farlo» rivela l’ad Giampaolo Letta. Siamo dalle parti del genere “fantasma galante”, tipo “Donna Flor e i suoi due mariti”, il tutto tra folclore partenopeo, canzoni come “Chella là” e “Malafemmena”, e il solito contrasto nord-sud. Guido è un professore lombardo di italiano en a Napoli che viene mollato dalla moglie, entra in crisi, sembra impazzire, finché una misteriosa donna perfetta – sexy, amabile e accomodante – non gli suona alla porta, restando subito in reggiseno e mutande. Solo che esiste solo nella fantasia dell’uomo, e presto tutti se ne accorgono. Mentre la vicina di casa, dolce e burrosa, da poco vedova, spasima davvero per lui.
Genovesi parla di “Auto-Truman Show”, nel senso che il protagonista «vive nella parte più creativa della sua mente, quella generata dalla sofferenza». Vabbè. In realtà tutto è stemperato, un po’ esangue, all’acqua di rose. Con buona pace del regista e attore Edoardo Leo, nelle sale da pochi giorni con “Noi e la Giulia”, che qualche giorno fa sul “Fatto Quotidiano”, ha accusato con qualche ragione la commedia italiana di aver bandito il dramma e di cercare solo una comicità fatta di gag, fine a se stessa. «A volte hai l’impressione che certi film siano pensati a tavolino per una platea di deficienti. E il prezzo, a lungo andare, lo si paga». In effetti.

Michele Anselmi

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