VIRZI’ TORNA SUL SET: DUE DONNE IN FUGA E LA FOLLIA DI CERCARE UN PO’ DI FELICITA’

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Paolo Virzì ha smaltito in fretta, senza soffrire granché e forse quasi liberato, la delusione per la mancata candidatura all’Oscar del suo film “Il capitale umano”. Un bis non sarebbe stato possibile dopo la statuetta andata nel 2014 a “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino; e peraltro la tournée americana, tra party, proiezioni e chiacchiere in inglese, è una discreta fatica per chiunque, specie per il regista livornese così ancorato alla propria terra. Infatti eccolo tornare nelle sue contrade toscane per girare “Un po’ di felicità”, sempre che il titolo resti quello (s’è parlato anche di “La pazza gioia”). Qualche scena, in verità, è stata già girata: sul lungomare di Livorno, pure al Carnevale di Viareggio, in attesa di partire con le riprese vere e proprie.
Scarne finora le dichiarazioni del cineasta: «Sarà una commedia drammatica con protagoniste due donne dell’Italia di oggi». L’idea è di raccontare «una passeggiata fuori da una struttura clinica che si occupa di donne con problemi, in quel manicomio a cielo aperto che è l’Italia» ha aggiunto. Poi più nulla. Virzì, al pari di Tornatore, Moretti, Amelio o Bellocchio, preferisce custodire un certo segreto sulla vicenda, un po’ per scaramanzia, un po’ per non guastare la sorpresa dello spettatore.
Vediamo, allora, di saperne di più. Le due protagoniste sono incarnate da Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti, quest’ultima moglie del regista nella vita e attrice prediletta. Entrambe hanno problemi, nel senso che sono ospiti in un’antica villa cinquecentesca toscana, Villa Biondi, trasformata in un centro di terapia neuropsichiatrica per donne sottoposte al cosiddetto trattamento sanitario obbligatorio. Ma c’è anche chi deve scontare una pena, avendo avuto riconosciuta l’infermità mentale.
Beatrice e Donatella i loro nomi. E naturalmente più diverse non potrebbero essere. Beatrice, cioè Valeria Bruni Tedeschi, è ricca di famiglia, distinta, elegante, moglie di un avvocato famoso, simile alla moglie infelice del Capitale umano”, ma affetta da sindrome bipolare. Donatella, cioè Micaela Ramazzotti, vita slabbrata sin dall’infanzia, la pelle piena di tatuaggi e qualche pelo di troppo, è finita in quella clinica dopo aver cercato di uccidere il figlio di appena un anno avuto da un uomo sposato e a sua volta di uccidersi. Il piccolo è stato affidato a un’altra famiglia, con tragiche ripercussione sulla vita della donna, avviata sul piano inclinato dell’autodistruzione.
Non sono “matti da slegare”, per evocare il titolo di un celebre documentario collettivo sulla chiusura dei manicomi criminali; e neanche picchiatelli o svitati come tanti raccontati bene al cinema, dagli hollywoodiani “Qualcuno volò sul nido del cuculo” e “4 pazzi in libertà” agli italiani “Si può fare!” e “La pecora nera”. Però il sentimento di affettuosa condivisione è lo stesso. Non fosse altro perché “Un po’ di felicità” è scritto da Virzì insieme a Francesca Archibugi, regista che nel lontano 1993 girò “Il grande cocomero”, protagonista Sergio Castellitto, ispirato al lavoro del neuropsichiatra infantile Marco Lombardo Radice. Ambedue hanno a cuore l’argomento, specie Virzì, che proprio a novembre 2014 ha voluto presentare al Festival di Torino un film di Erika Rossi e Giuseppe Tedeschi intitolato “Il viaggio di Marco Cavallo”: cronaca di una battaglia itinerante per la chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari, nel nome di Basaglia.
Spiega il regista di “Ovosodo”, e sembra parlare anche del suo nuovo film, non solo del documentario o del libro di Peppe Dell’Acqua “Fuori come va?” sulle persone affette da schizofrenia: «Ho sempre avuto a cuore un fatto. Che la natura umana è fragile, che la differenza tra sano e insano è labile». Ancora: «Credo che sia troppo comodo ritenerci sani e isolare una persona, affibbiandole le etichette di folle e socialmente pericoloso. Una cosa barbara, inconcepibile, perciò vale la pena di essere raccontata. Colpisce come dopo tutti gli sforzi il percorso sia ancora drammaticamente incompiuto».

Ma “Un po’ di felicità”, titolo quasi bersaniano, è anche una commedia itinerante, una sorta di road-movie avventuroso post “Thelma & Louise”, che prende le mosse dall’amicizia inattesa tra quelle due pazienti, così distanti per censo, gusti e provenienza sociale. Beatrice cerca la complicità di Donatella e infine la trova. Un’uscita di routine in furgone si trasforma in una corsa verso il mare, poi in una fuga vera e propria: tra avvistamenti al centro commerciale, visite a ex mariti e parenti, forse nella speranza di ritrovare quel figlio scampato alla morte e ormai cresciutello. Un altro ritratto al femminile, denso, vitale e amarognolo. Che Virzì sia il nuovo Antonio Pietrangeli?

Michele Anselmi

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