La Rai? Una stella che brilla eppure non esiste più

La riforma della Rai è all’ordine del giorno. Tutti la vogliono, tutti la invocano. Matteo Renzi terrà fede alla promesse? Già, ma quando si parla di riforma cosa si intende? Fare come nel Gattopardo, affinché tutto cambi perché nulla cambi? Ma poi, si può davvero riformare l’azienda pubblica senza riformare l’intero assetto della comunicazione? E con il dilagare di Internet, come la mettiamo? Potranno mai adeguarsi al nuovo 13.158 dipendenti Rai, la maggior parte dei quali, a detta degli stessi dirigenti, non sa neppure aprire un foglio Excel? Con un carico così “non si va da nessuna parte”, scrivono Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, gli autori de “La Casta”, nell’ introduzione al libro che sto per pubblicare, “FiniRai”, titolo volutamente allarmistico.

Sinora l’azienda si è distinta soprattutto per essere un megafono del potere di turno, oltre che un’agenzia di collocamento per i protetti dei partiti, foraggiati da lauti stipendi, spesso per non fare nulla o solo per ubbidire ai vertici. Cambierà domani? E’ quello che speriamo. Sinora non s’è mai vista la politica rinunciare a uno spazio di potere. Se il governo Renzi agirà diversamente, sarà una cosa bella. Intanto sarà bene vigilare. “FiniRai” può essere letto come un romanzo avventuroso, pieno di colpi di scena. Ricco di una poderosa bibliografia di oltre 400 citazioni, è anche una crudele cavalcata nei territori della televisione, ma soprattutto nel futuro della comunicazione. La tv che conosciamo è di quelle stelle che brillano eppure non esistono più. Domani è un altro giorno e molto più presto di quanto immaginiamo saremo informati e ci divertiremo secondo modalità del tutto impensabili. Basti sapere che sono già al lavoro robot, i quali costruiranno i telegiornali su misura per ognuno di noi. Altro che Rai… Oltre a parlare di televisione, il libro affronta una così grande quantità di temi, frutto di anni di riflessione, da potersi considerare al pari di una piccola enciclopedia rivolta in particolare alle nuove tecnologie e ai nuovi linguaggi, a partire da cosa bolle in pentola nella Silicon Valley. Siamo un paese terribilmente arretrato e non è un caso che mentre molti altri sono diventati il regno dell’innovazione, l’Italia è indietro a tutti persino nell’impiego della banda larga. Non ci si stupisca poi se i giovani cercano altrove dove aggiornarsi. Intanto infuria la battaglia tra aziende pubbliche e private, italiane e straniere, per spartirsi l’etere e le autostrade della comunicazione, come le torri su cui viaggiano i segnali, comprese le intercettazioni dei magistrati e il traffico dei cellulari.

Nessuno ha il coraggio di dirlo, ma l’appuntamento più importante del governo italiano non è tanto la riforma, quanto piuttosto il rinnovo della concessione Stato-Rai, che scade nel 2016. Si continua a procrastinare l’appuntamento, perché in realtà la politica ignora su cosa debba reggere un così importante patto. Varata la riforma, messi al loro posto i nuovi amministratori, nessuno, né il governo né le opposizioni, è stato sinora capace di spiegare a noi comuni mortali cosa significhi il binomio “servizio pubblico” e perché lo stato debba affidare alla Rai tale servizio. E se un giorno il presidente Mattarella, a nome dello Stato, decidesse che non sussistono più i termini per la concessione? Sono parole che suonano come una provocazione, ma a ben riflettere poggiano su solidi interrogativi, ai quali a tutt’oggi non è stata data una risposta. Servizio reso a chi? Pubblico in che senso? Il termine è nato in Inghilterra, dove si chiama Public Service Broadcasting. Wikipedia lo definisce così: ”una valutazione non assoluta e suscettibile di variazione geografica”. Proprio così: il concetto dipende in gran parte dal luogo dove si esercita. Purtroppo siamo in Italia, non dimentichiamolo.

Roberto Faenza

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