In difesa di “Blackhat”, le dinamiche percettive secondo Mann

Blackhat, ritorno al cinema di Michael Mann dopo sei anni di assenza, sembra rispettare i più logori cliché di genere. Tuttavia, una lettura più attenta consente di cogliere la profonda riflessione intessuta dal regista americano attorno alla natura delle immagini digitali e della percezione filmica. Attento entomologo della vita metropolitana, tra masse di persone, luci al neon, vie buie e fredde, Mann affianca il suo sguardo sull’ambiente artificiale a quello, altrettanto presente, che ha nell’uomo il suo oggetto. Non sono pochi i momenti in cui si compie la scelta – suicida per un qualsivoglia film d’azione tradizionale – di soffermarsi sulla reazione e sugli sguardi dei suoi personaggi un attimo prima di una scena particolarmente concitata.

Le prime sequenze sono un manifesto programmatico. Quello che il regista porta in scena è un mondo chiuso in se stesso, una scatola perfettamente e continuamente riproducibile, sempre uguale. La base di questo universo informatico ipersemiotizzato, in cui ogni informazione rimanda ad un’altra senza, però, un corrispettivo oggetto fisico tangibile, è un semplice codice binario. Ecco che gli eroi del film si trovano a combattere un nemico invisibile.

Come nei precedenti Collateral, Miami Vice e Nemico pubblico, capiamo, ancora una volta, che la scelta di Mann di utilizzare il digitale e di realizzare riprese con videocamere ad alta definizione non è segnata da una volontà meramente estetica. Alla base di questo suo gesto, è rintracciabile il desiderio di giungere all’ossatura stessa della realtà, di osservare, con sguardo quanto più realistico possibile, la società contemporanea. Il sistema numerico binario è la base, per l’appunto, l’ossatura della società digitale. Nella società ipersemiotizzata, le immagini rimandano di continuo a se stesse, in un meccanismo che richiama alla memoria il concetto di simulacro. Nel mondo informatico, le informazioni, a loro volta, non rimandano ad un universo tangibile, ma ad ulteriori informazioni. Ciò che si è perso, quindi, è il contatto con la realtà tout court.

Nello scontro finale, quello in cui il protagonista ha modo di affrontare fisicamente i cybercriminali, persino i loro movimenti sembrano schematici e rettilinei. Il corpo umano sembra lentamente informatizzarsi, seguendo traiettorie simili a quelle degli impulsi elettrici nelle prime sequenze. L’analogico diviene digitale. L’elemento ponte tra i due statuti mediali è rivestito dall’atto del guardare. È la singolarità dell’immagine a garantire il residuo dell’elemento umano nell’universo digitale. Le sequenze finali ambientate nel deserto – che consentono la risoluzione della vicenda – offrono un essere umano riplasmato e rinato nel suo sguardo. Ciò che rende grande Michael Mann sta nella lucida analisi delle dinamiche percettive, nel loro innesto nella forma filmica ed, infine, nello sfruttamento delle più tradizionali dinamiche di genere.

Matteo Marescalco

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