Arriva “La famiglia Bélier”: quasi una versione scanzonata (ma profonda) di “Le meraviglie”

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Diciamo la verità. “La famiglia Bélier” è la versione scanzonata e spassosa, anche più toccante e meno noiosa, del nostro “Le meraviglie”. Film “intoccabile”, quello di Alice Rohrwacher, sorella di Alba che pure vi recita nel ruolo della madre contadina stanca di spremersi sulla terra; e tuttavia molti, dopo averlo applaudito, confessarono di aver guardato spesso l’orologio durante la proiezione al cinema.

Non capita con il film francese di Eric Lartigau, che è bizzarra commedia ambientata egualmente in una fattoria di campagna, con i formaggi al posto del miele, e una famiglia piuttosto inattesa: tutti sordomuti, padre, madre e figlio minore, tranne Paula, la primogenita sedicenne, bionda e carina, che fa da “interprete” al mercato quando c’è da vendere i prodotti caseari e traduce, parlando speditamente la lingua dei segni, gli appassionati discorsi del papà, deciso a sfidare il sindaco uscente.

Anche il punto di vista è, per certi versi, simile: se Gelsomina, la protagonista di “Le meraviglie”, non ne poteva più della vita in campagna, fatta di stenti e alzatacce, di scenate del padre isterico e fantasie televisive, la più fattiva Paula scopre di avere un “dono”, canta come un usignolo, solo che in famiglia quel talento lo prendono per “un difetto”. È l’insegnante di musica, caparbio e intuitivo, anche frustrato («Questi bifolchi pensavo che Jacque Brel sia un orologio»), a tirar fuori alla ragazza quella melodiosa voce interiore che non sapeva di avere; un duetto vocale col ragazzo bello e scontroso che Paula desidera, sulle note e le parole piuttosto scandalose di “Je vais t’aimer” di Michel Sardou, aprirà nuovi orizzonti alla fanciulla, intanto alle prese con le prime mestruazioni.

Il regista spiega che “La famiglia Bélier” nasce da una serie di interrogativi. «È possibile lasciarsi con dolcezza? È possibile amarsi profondamente senza vivere in simbiosi? Come lasciare a ciascuno il suo spazio di libertà? Che ne è del nostro sguardo sull’altro quando cresce ed evolve? In una famiglia, che cosa aiuta a costruire, che cosa serve per andare avanti, che cosa ci fa soffocare?». In effetti Lartigau affronta quei dilemmi in una chiave popolare, spigliata, non realistica, anche molto spiritosa, talvolta, se si vuole, “politicamente scorretta”. Come quando la mamma contadina, ex miss di bellezza, sempre vestita a fiori, con le forme ben in vista e una gran passione per il sesso, confessa di aver molto pianto quando nacque Paula: lo spettatore pensa per felicità, essendo la figlia “normale”, capace di ascoltare e parlare;  invece no, proprio perché non sarebbe stata sordomuta come lei e il marito.

In Italia sarebbe impensabile un film così. Protesterebbero le associazioni, qualcuno griderebbe alla spettacolarizzazione di un handicap, quel vitello nero chiamato “Obama” darebbe fastidio, si direbbe, magari rinviando proprio alla durezza di “Le meraviglie”, che la vita nei campi non è così facile e allegramente country. Fa niente. Perché “La famiglia Bélier” («Bélier come montone» aggiunge sempre Paula) custodisce un cuore gentile ma non zuccheroso, che pulsa e trasforma la commedia rurale in una romanzo di formazione non banale, dove si trattano, certo col sorriso, i temi del distacco possibile, della scoperta di sé, del contrasto tra ambizioni personali e desideri genitoriali.

Il successo francese è stato enorme, oltre 6 milioni di spettatori; e chissà che in Italia, dove il film esce il 26 marzo distribuito dalla Bim, non si ripeta il miracolo. Certo “La famiglia Bélier” è squisitamente francese, a partire dai riferimenti ironici al presidente Hollande e alle canzoni di Sardou, praticamente sconosciuto da noi. Ma alla fine, sebbene non manchino scaltrezze drammaturgiche e, specie nel sottofinale parigino durante il cruciale provino canoro, un affondo emotivo che strapperà più di una lacrima in platea, il film si propone come un ritratto adolescenziale trapunto di sfumature, attento a raccontare quella che il regista chiama «un’età vibrante e vacillante».

Paula è incarnata dalla sedicenne Louane Emera, che viene da “The Voice”, per questo canta così bene, e possiede il giusto mix fisico e caratteriale: belle gambe, fiorente, bionda, luminosa, ma anche fragile, concreta e responsabile. I genitori ruspanti e disinibiti, interpretati dai noti Karin Viad e François Damiens, non sono audiolesi nella vita vera, ma che importa? Sordomuto è invece il figlio minore, Luca Gelberg, allergico nella finzione al lattice dei profilattici: pare che si sia molto divertito durante le riprese.

Michele Anselmi

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