Movie Cluster e Green Set: cinema e ambiente, nasce il GEA

Nel febbraio del 2011, durante la fiera Energia, svoltasi a Pisa, per la prima volta vengono resi pubblici gli elementi di un ipotetico modello chiamato Movie Cluster, che include anche la produzione di film realizzati secondo una filiera ecologica: è il frutto di un lavoro nato nelle aule dell’Università di Pisa, all’interno dei Corsi di Cinema, e che nel luglio del 2012 ha prodotto la prima edizione di Movie Cluster e Green Set curata da Ugo di Tullio e Daniela Marzano. È nell’Ateneo pisano che Ugo di Tullio insegna Organizzazione dello Spettacolo Teatrale e Cinematografico, e in discipline cinematografiche si sono laureati Daniela Marzano – l’altra curatrice – Claudia Caccamo, Beatrice Schiaffino e il giornalista Massimo Settimelli, che oggi hanno fornito al testo ulteriori interventi e contributi.

Lo studio si è sviluppato, ha mosso i primi passi nel settore del teatro – grazie al qualificato apporto di Barbara Gualtieri, avvocato e produttrice teatrale – ma ha soprattutto, ed è l’originalità del nuovo libro, trasformato in un disciplinare, il GEA – Green Entertainment Act, tutti gli accorgimenti per la realizzazione di un film a basso impatto ambientale, accorgimenti che possono essere facilmente “misurati” con un rating che mutua il sistema delle lettere (AAA, BBB…) normalmente utilizzato per stabilire la salute economica degli Stati.
MOVIE CLUSTER E GREEN SET, IL GEA – GREEN ENTERTAIMENT ACT è un saggio (Felici Edizioni) che nella sua nuova pubblicazione ha come destinatari produttori cinematografici e governanti dello Stato e delle Regioni, che potrebbero usare il rating del GEA come parametro di valutazione (da aggiungere a quelli esistenti) nella concessione di finanziamenti. Inoltre le Regioni, giustamente molto attente alle ricadute locali dei propri contributi, potrebbero altresì servirsi dell’lrt – Indice di Ricaduta economica sul Territorio – collegato al GEA, espressamente pensato per loro.
Governi e Regioni continuano a proclamarsi “green”, e con tutta onestà – dichiarano gli autori – in alcuni casi, non si tratta di meri proclami, ma nel cinema e nel teatro l’ecocompatibilità è spesso su base volontaria, affidata alla sensibilità del singolo produttore, che non riceve stimolo alcuno dalle Istituzioni, pur attente e interessate alla ricaduta di immagine e a quella economica che deriva dal mondo dello spettacolo.
La “settima arte”, pur nascendo come espressione culturale ed ideologica, nel contempo risulta strettamente connessa ad un insieme di fattori tecnici, economici, produttivi, necessari alla propria sopravvivenza.
I film vanno quindi analizzati non solo sotto il profilo estetico ma anche considerando tutte le attività dirette ed indirette che la filiera filmica genera nel sistema produttivo.
In tal senso è corretto considerare il mondo del cinema principalmente come una grande macchina, organizzata in maniera industriale: suddivisione dei compiti in base alle specifiche competenze (regista, attori, maestranze…), uso di un gran numero di strumentazioni tecniche, talvolta sofisticate, produzione di un artefatto.
Pertanto, considerato il valore artistico del prodotto finale, se osserviamo gli aspetti legati al procedimento concreto che porta alla creazione del film, è facile constatare come questi possano da un lato essere inseriti nella dimensione tipica del distretto economico, e dall’altra generare alcune distorsioni della produzione industriale, tra cui un forte impatto ambientale e un serio problema di scarti.
La peculiarità del settore cinematografico impedisce tutt’oggi di rendersi effettivamente conto di quanto inquinamento comporti la produzione di un film.
Gli studios americani hanno per primi preso consapevolezza della dimensione del loro impatto inquinante e dell’importanza di salvaguardare l’ambiente. A tal fine hanno deciso di adottare le buone pratiche esistenti o di realizzarne di proprie oppure di mettere in atto strategie “ecologiche”, che variano dall’utilizzare materiali riciclati (ad esempio la carta riciclata nei DVD) all’impiego di volontari per ripiantare alberi in proporzione alle emissioni di CO2 effettuate.
Occorre tenere conto – ci ricordano i curatori del saggio – che viviamo in un’epoca di transizione, con le risorse naturali in via di esaurimento, e pertanto l’industria cinematografica non può esimersi dall’assumere atteggiamenti responsabili nei confronti del pianeta così come ormai ogni industria e ogni abitante sono già chiamati a fare.

Francesca Bani

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