Fino a qui tutto bene, un low budget ricco di presente

Una casa per studenti. Cinque amici. L’ultimo weekend insieme. Sullo sfondo di una Pisa afosa e silenziosa, Andrea, Ilaria, Vincenzo, Cioni e Francesca stanno per lasciare quell’appartamento che, nell’arco degli ultimi anni, li ha visti amarsi, arrabbiarsi, ridere e piangere, vivendo e condividendo non solo lo stesso tetto, ma soprattutto la vita. Dentro ognuno di loro aleggia la consapevolezza che un’epoca è ormai finita e niente potrà mai essere più come prima. Emergono paure e dubbi su quel che sarà il futuro, ma anche il desiderio e la determinazione nell’affrontarlo come una tappa irrinunciabile per il loro percorso di crescita.
Tutto farebbe pensare a un racconto di formazione, eppure, man mano che la pellicola scorre ci si accorge che è molto di più; rinchiuderlo in un genere preconfezionato sarebbe troppo riduttivo perché nei dialoghi, nelle trovate comiche e nel lieto fine c’è tutto il sapore della buona commedia all’italiana adattata ai giorni nostri così come nei temi trattati è descritto verosimilmente tutto il dramma delle nuove generazioni avviate verso un futuro incerto e precario.

Sarà che l’idea di girare questo film nasce da un documentario sugli studenti commissionato dall’Università di Pisa, sarà per la capacità del regista di condire la storia con tutti quegli elementi in cui è facile identificarsi, ma il risultato è un racconto di vita, quella vera, sofferta, vissuta ma mai subìta, senza censure né moralismi. I protagonisti poi contribuiscono in pieno nell’ardua impresa di rendere il più veritiero possibile un universo troppo spesso semplificato e banalizzato; nei dialoghi come nelle discussioni emerge tutta la loro complicità e la totale osmosi con i personaggi interpretati. Non è un caso che il regista abbia deciso di fargli indossare i loro veri vestiti e farli convivere nell’appartamento nel corso di tutte le riprese, proprio come si confà a un gruppo di studenti.

Roan Johnson, al suo secondo lungometraggio, decide di rischiare investendo in un progetto “diverso” se si pensa ai budget da capogiro che impegnano le grandi produzioni, realizzando un film indipendente e co-prodotto in cui ognuno potesse riconoscere una paternità, non solo economicamente, ma soprattutto emotivamente. Forse è proprio questo ad aver reso Fino a qui tutto bene un piccolo gioiello: la partecipazione si avverte in ogni scena e si fatica a credere che solo il 10% sia improvvisato come ci tiene a precisare il regista. Un po’ una metafora della vita che ci insegna ad andare avanti anche quando ci sembra di affogare in un mare di incertezze. Un inno alla speranza, alla gioia di vivere e al coraggio di combattere per ciò in cui si crede, facendo affidamento sulle proprie forze, nella consapevolezza che sarà un percorso duro, ma che per farcela è necessario non smettere mai di remare.

Stefania Scianni 

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