Il “Latin Lover” di Comencini. Due miti di cui liberarsi, il padre seduttore e il cinema che fu

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

C’è molto di Gassman e Mastroianni, qualcosa di Volonté, una punta di Tognazzi nel “Latin Lover” che Cristina Comencini evoca, sin dal titolo ironico ma non troppo, nel suo nuovo film. Trattasi in realtà di commedia corale tutta femminile, ricolma di ex mogli, figlie e figliastre, pochi gli uomini in scena e spesso ridicoli, per dirci con amabile malizia che il cinema italiano degli anni Sessanta e Settanta fu grande, grandissimo, ma che non si può vivere nel suo mitologico e nostalgico rimpianto. «Il padre, per noi figlie, è sempre un mito, un uomo ingombrante, spesso sfuggente, di cui essere innamorate e di cui liberarsi. Vale anche per il nostro cinema glorioso e grande. Ma arriva un momento nel quale dobbiamo liberarci di quel ricordo, come capita con i padri». Parola della regista, nonché scrittrice e drammaturga, che porta il cognome di Luigi, maestro della commedia italiana e non solo.

Nelle sale da giovedì 19 targato Raicinema-01, “Latin Lover” segna il ritorno di Cristina Comencini a quattro anni dallo sfortunato e molto cupo “Quando la notte”, che fu fischiato alla Mostra di Venezia e segnò la fine del sodalizio artistico col marito Riccardo Tozzi (ora infatti produce Lionello Cerri). Ma il film, un po’ prevedibile nell’andamento a tratti da “pochade” sottolineato da canzoni note, pieno di brave attrici italiane e spagnole, trapunto di cinefile strizzatine d’occhio, è anche l’ultimo girato da Virna Lisi. A lei, che non ha fatto in tempo a vederlo, è dedicato: un applauso ha punteggiato ieri mattina al romano cinema Adriano l’apparire della scritta sui titoli di coda, e la regista ha descritto con parole gentili l’intensa collaborazione che la legò all’attrice marchigiana, «una donna brusca, che andava dritta al punto, sempre la prima sul set». Aggiunge la regista: «Ho riflettuto in questi mesi. Durante le riprese stava benissimo. Forse se n’è voluta andare per raggiungere suo marito».
Lisi è Rita, cioè prima moglie del famoso attore Saverio Crispo, incarnato da Francesco Scianna, che disseminò figlie dappertutto, avute da donne diverse nel mondo: Francia, Spagna, Svezia, anche Stati Uniti. In sei, tra ufficiali e no, si presentano nel paesino pugliese di San Vito dei Normanni che rende solenne omaggio al Mattatore scomparso dieci anni prima, lasciando, forse, un grande vuoto nel cinema italiano.
Proiezioni, targhe, omaggi vari, critici devoti e giornalisti curiosi, anche una specie di processione sotto il sole con tanto di banda. Tutto è pronto per la celebrazione. Saverio fu grande, eclettico, marpione, gran seduttore e insieme attore capace, proprio come Gassman e Mastroianni, Tognazzi e Volonté, di attraversare i “generi” senza farsi ingabbiare: commedia di costume e di cornice storica, western, drammi sociali, musical.
Il manifesto di “Latin Lover” lo mostra più bello che mai: cappotto doppio petto di cammello, sciarpa ben annodata, mano guantata con una rosa pronta ad essere offerta alla femmina di turno, sguardo irresistibile sotto i folti capelli neri. Quasi un’icona, un simbolo di grazia e virilità, un messaggero del fascino latino nel mondo. Ma anche i miti custodiscono debolezze umane e qualche segretuccio ingombrante; figurarsi che cosa può succedere se la famiglia, intercontinentale più che allargata, si ritrova raccolta nella villa dove l’uomo spirò. Il film è la storia di questa riunione, quasi un gioco al massacro, ma in chiave soft, tra le due ex mogli ufficiali, che sono appunto Lisi e Marisa Paredes, e le figlie, che sono Angela Finocchiaro, Valeria Bruni Tedeschi, Candela Peña, Phila Viitala, Nadeah Miranda e Cecilia Zingaro.

Crispo, naturalmente, è tenuto “fuori scena”, ritratto da un finto documentario di montaggio dove, multiforme e dedito ai travestimenti, vengono evocati film come “Il sorpasso”, “L’armata Brancaleone”, “Divorzio all’italiana”, “Fantasmi a Roma” o “Quien Sabe” (c’è pure “La piscina” con Delon in verità). Ma il cuore del film sta altrove. Il sex-symbol che faceva innamorare tutte e tutti serve da spunto gustoso per parlare d’altro. Scandisce Comencini, specializzata in storie di donne anche a teatro, come succedeva in “Due partite”: «C’è una certa subalternità femminile, anche se affettuosa e passionale, all’inizio. Tutte hanno un legame molto forte con questo padre e marito fascinoso, seduttivo; tutte cercano il suo sguardo per trovare una conferma. Ma al centro del film c’è la scoperta della libertà di essere finalmente se stesse, di crescere, libere da quello sguardo». Lo insegna “Eva contro Eva”, come ricorda la moglie spagnola.

Michele Anselmi

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