“LA PRIMA VOLTA (DI MIA FIGLIA)” E DI RICCARDO ROSSI. COME UN FILM DEI VANZINA, MA VENUTO MEGLIO

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor 

Come battuta non è male: «Jovanotti è stata l’unica cosa giovane della mia vita». La pronuncia, con quella voce stridula e inconfondibile, Riccardo Rossi, classe 1962, attore comico, drammaturgo e ora regista di un piccolo film che si chiama “La prima volta (di mia figlia)”. La parentesi ha un senso, ma forse è meglio non rivelare. Rossi lo conoscete tutti. Diventò noto cesellando “nerd” pariolini o presunti tali nei film dei Vanzina, ha fatto tanta pubblicità, inclusa Ferrarelle, sembra non essere mai cambiato, a parte qualche capello ingrigito. Ora ha più di cinquant’anni e finalmente, si direbbe, indossa bene l’età, continuando a vestirsi come ha sempre fatto, sin da quando ne aveva venticinque: pantaloni grigi, camicia celeste, giacca blu, cravatta a pois o con piccoli disegni, calzettoni a scacchi, mocassini inglesi. Un tranquillo démodé, fiero di esserlo.

Il suo esordio alla regia è uscito il 19 marzo, per  “la Festa del papà”, e bisogna riconoscere che Rossi, sempre uguale a se stesso ma capace alla fine di spiazzare, non delude. “La prima volta (di mia figlia)” sembra anzi una commedia dei Vanzina venuta bene, più pensata e meglio fotografata, anche girata con una certa cura, partendo da una cena, un po’ come accade nel molto più drammatico “Nessuno si salva da solo”, per tornare indietro nel tempo e raccontare un piccolo mondo, non antico, forse antiquato, in una chiave quasi teatrale, almeno nell’impianto.

Certo, ogni tanto Rossi-attore esagera, come per aderire a un cliché che s’è cucito addosso negli anni, un mix di buffe e isteriche idiosincrasie “alla Nanni Moretti”, da direttore artistico della vita altrui, ma all’insegna di un quieto qualunquismo politico; e tuttavia, dopo l’incipit prevedibile, fatto di facce e faccette, sofferenze e insofferenze, Rossi-regista azzecca il tono della sua commedia gentile, e nel corso della cena, trapunta di flash-back, si capisce che “la prima volta” in questione non riguarda tanto la figlia adolescente, carina e forse già scafata, ma proprio lui, il dottore Alberto Santini, alter ego dell’autore. Medico frustrato della mutua, maniaco dell’ordine, separato da una decina d’anni e totalmente totalmente dedito alla figlia quindicenne Bianca, l’uomo s’intrufola nella stanza della ragazza, sbircia nel suo diario e scopre tante pagine con la scritta “Fuck Fuck Fuck”. La sua “bambina” non è più tanto bambina, e anche se la cronaca di questi ultimi tempi ha ampiamente narrato la rapace precocità sessuale degli adolescenti, il dottore entra nel panico.

Una cena in un locale alternativo alla moda, che scopriremo appartenere ad un lontano compagno di scuola di Alberto, fa da contenitore allo psicodramma destinato a sciogliersi con un sorriso e una novità, per la serie: inutile affannarsi tanto, “la prima volta”, bene o male che vada, non è roba da genitori. Perché non è “un problema”, è “un passaggio”, come sentiamo dire in una battuta.

Naturalmente Rossi vola basso, non fa l’autore neanche lontanamente, però si astiene anche dal citare certi cine-modelli considerati vincenti e invece già lessi (leggi: Fausto Brizzi, Massimiliano Bruno, Alessandro Genovesi, Luca Miniero, Paolo Genovese, Federico Moccia, eccetera), preferendo semmai rifarsi ai primi Vanzina, ma senza affondi coloriti, triviali, canaglieschi. La fotografia di Maurizio Calvesi offre uno smalto inconsueto alla storia familiare che vede riuniti, attorno a quel tavolo, l’impensierito Rossi, la vivace collega psicologa Anna Foglietta, la supponente amica Fabrizia Sacchi, il di lei gaudente marito Stefano Fresi e la splendida figlia Benedetta Gargari.

«Non sono mai stato scelto, e se lo sono stato è stato per sbaglio» confessa il papà protagonista, a un certo punto. E intanto abbiamo assistito alle prime volte degli adulti riuniti a tavola, buffe più che maldestre, certo quasi sempre forzate dalle donne, con una sorpresa che riguarda proprio Alberto.

Pare che Rossi abbia raccolto le esperienze di alcuni amici, tutti genitori con figli adolescenti, prima di scrivere il copione insieme a Chiara Barzini e Luca Infascelli. La regia è discreta, un po’ all’antica, talvolta loffia, come capitalizzando quanto imparato in anni di set. Poi, certo, la vita vera è altrove. Ma questo papà così “matusa” in fondo fa tenerezza.

Michele Anselmi

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