“FRENCH CONNECTION”: UN BEL POLIZIESCO ALLA FRANCESE, PENSANDO A FRIEDKIN

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per Cinemonitor

Certe coincidenze fanno pensare. Il giudice francese Pierre Michel fu ucciso a 38 anni il 21 ottobre 1981, in una strada di Marsiglia, mentre tornava a casa pilotando l’amatissima moto. Il giudice italiano Rosario Livatino fu ucciso alla stessa età il 21 settembre 1990, vicino ad Agrigento, mentre si dirigeva verso il tribunale guidando un’utilitaria rossa. Entrambi senza scorta, facili bersagli per i killer della criminalità organizzata.
Su Livatino, detto “il giudice ragazzino” a causa di un’infelice battuta di Cossiga, esiste un onesto film di Alessandro Di Robilant, protagonista Giulio Scarpati, uscito nel 1994. Su Pierre Michel esce ora, dal 26 marzo per iniziativa della neonata CamiMovie d’intesa con Medusa, un tosto film francese di Cédric Jimenez, marsigliese di origine spagnola, interpretato da Jean Dujardin, già divo del muto in “The Artist” nonché belloccio che ruba scarpe e caffè a George Clooney in una nota pubblicità. Titolo originale: “La French”, che da noi diventa “French Connection”, ad evocare il classico di William Friedkin con Gene Hackman “The French Connection” peraltro noto in Italia come “Il braccio violento della legge”.
Trattasi, per dirla alla francese, di “polar”, cioè quel cine-genere, all’incrocio tra “policier” e “noir”, assai popolare un tempo, specie oltralpe, grazie a registi come Jean-Pierre Melville, Jacques Deray, Alain Corneau; oggi rimpiazzati, con notevole talento, da epigoni come Olivier Marchal, Richard Berry e Jean François Richet. Da noi, a parte Michele Placido e Stefano Sollima, l’uno regista di film come “Romanzo criminale”, “Vallanzasca – Gli angeli del male” o “Il cecchino”, l’altro di fortunate serie tv come “Romanzo criminale” e “Gomorra”, il genere continua ad essere poco praticato, specie al cinema, perché costa parecchio e non garantisce grandi incassi. Invece “French Connection” è piaciuto in patria e il notevole budget messo a disposizione del regista, quasi 20 milioni di euro, si vede tutto, nelle ricostruzioni d’ambiente, tra automobili, abiti, sparatorie, scenografie, arredi, eccetera.
Funzionerà anche da noi? C’è da augurarselo, anche perché Jimenez allestisce un poliziesco di sapore antico, anche nelle dinamiche psicologiche, ma innervato da una moderna grinta di stile. Infatti spiega il regista: «Volevo che lo spettatore vivesse questa storia “datata” come se si svolgesse nel presente, per trasformarlo in un testimone degli eventi». Eventi brucianti, desunti da fatti reali, spesso con l’aiuti di filmati d’epoca. La “French Connection” era un’associazione criminale diffusa e potente, solidamente legata alla grande mafia americana (pure a quella italiana), capace di dettare legge in una città come Marsiglia, corrompendo sbirri, politici e amministratori. Se ne accorge subito il giudice Pierre Michel, cioè Dujardin, venuto da Metz con moglie e figli per occuparsi di minori dediti alla droga. Ma la sua determinazione, unita a un certo fascino ribelle, viene subito notata, sicché l’uomo, basette anni Settanta e ottimi completi, viene reclutato per inchiodare il boss della “French”, ossia il carismatico Gaetan Zampa, cioè Gilles Lellouche, buon padre di famiglia e malavitoso scaltro.
Il tutto si svolge tra il 1975 e il 1981, in una Marsiglia presa in ostaggio dalla criminalità organizzata, che ha occhi e orecchie, tra imboscate alla luce del sole, sparatorie notturne, regolamenti di conti e furgoni imbottiti di eroina in partenza per New York. Tutti o quasi portano cognomi italiani: Colazzi, Abbandonato, Peretti, e lo stesso Zampa, detto “Tani”, viene da Napoli. Racchiuso tra due esecuzioni, il film, lungo 130 minuti, mantiene quello che promette: un lungo corpo a corpo tra i due avversari, che prima si studiano, poi si incontrano (un po’ come succedeva tra il rapinatore De Niro e lo sbirro Pacino in “Heat” di Michael Mann) e infine si preparano allo show down.
A parte qualche cedimento nella parte centrale, il film è teso, schietto, brutale e realistico al punto giusto, e naturalmente i francesi, specie gli spettatori non più giovani, si sono divertiti a cogliere le strizzatine d’occhio: canzoni popolari come “C’est comme ça que je t’aime”, citazioni dalle poesie di Jacques Prévert, riferimenti politici alla vittoria del socialista Mitterrand.
La fine è nota, come si sa: il giudice Pierre Michel, ormai una minaccia troppo insidiosa per “i marsigliesi” e anche per i poliziotti corrotti, fu ucciso da due sicari in motocicletta, a un passo da casa, e il film costruisce la sequenza in modo efficace, quasi come una premonizione vissuta dalla moglie. Del resto un diabolico boss dell’eroina l’aveva avvertito all’inizio: «Lei lavora troppo, giudice. Finirà con l’ammazzarsi di lavoro».

Michele Anselmi

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