GIORGIA FARINA FA IL BIS CON “HO UCCISO NAPOLEONE”. E RAMAZZOTTI DIVENTA “DARKISSIMA”

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Una Micaela Ramazzotti così non l’avete mai vista al cinema. Magra, elegante, truccatissima, capelli corvini da strega sexy con minacciosa frezza rossa, tacchi mozzafiato, sguardo gelido, una specie di Angelina Jolie stile “Maleficent” ma nel mondo dei manager farmaceutici. «Un’eroina dark, anzi darkissima» spiega la regista trentenne Giorgia Farina, una che ama le atmosfere pulp in chiave di commedia nera, tipo “She-Devil. Lei, il diavolo”, a partire dai titoli. Il suo primo film si chiamava “Amiche da morire”; il secondo, che esce giovedì 26 marzo, “Ho ucciso Napoleone”: bene o male, c’è sempre qualcuno destinato a schiattare.
Vai a sapere se aveva ragione Nietzsche nel sostenere che «nella vendetta e nell’amore la donna è più barbarica dell’uomo». Certo non scherza in perfidia Anita, single e brillante manager in carriera licenziata il giorno dopo essere stata promossa, e per di più la ragazza si ritrova incinta del capo sposato. Lei è più dura del granito, impermeabile a debolezze sentimentali/materne. «Essere fredda e anaffettiva è un traguardo conquistato faticosamente» sentenzia, e si capisce che sarà vendetta tremenda vendetta. Le prime mosse vanno a segno, ma Anita, che fatica a sentirsi puerpera, dovrà fare i conti con l’imprevisto, cioè un timido e goffo avvocato dell’azienda, Biagio, che lei pensa di manovrare a piacimento per suggellare la rivalsa.
«Anita è una diavolessa. Algida, frigida, rigida, perfida, avida… tutto in “ida”. Ha occhiacci pestiferi. Detesta l’idea di famiglia, pratica la solitudine come fonte di creatività». Così Micaela Ramazzotti, moglie di Paolo Virzì e madre due volte nella vita, vede questo satanasso-donna, per lei, abituata a ruoli di dolce o svanita popolana, una novità. «La verità? Abituata a girare storie nel solco della commedia italiana, mi sono sentita talvolta inadeguata sul set, quasi un’anziana dentro un film giovanissimo. Di solito i registi mi chiedono di essere naturale, sottotono, di non recitare. Qui, invece, dovevo esagerare, sgranare gli occhi, essere cattivissima. Però mi sono piaciuta rivedendomi sullo schermo».
Magari è vero, come suggerisce la giornalista Piera Detassis, che «la vendetta femminile sa aspettare rispetto a quella maschile», anche se il tema del film sembra poi essere un altro: la sorellanza tra donne come rivincita rispetto all’ingiustizia subita, anche un modo per divincolarsi, sostiene la regista, «dai modelli tipici del cinema italiano: o la fatalona sexy o la madre e moglie».
Folto il cast, nel quale spiccano Elena Sofia Ricci, Iaia Forte, Chiara Conti, Thony, Pamela Villoresi e i maschi Libero De Rienzo e Adriano Giannini. Quanto ai modelli di rifermento, a parte “La ragazza con la pistola” con Monica Vitti il cinema tricolore poco ha frequentato il genere. Altrove, invece, da “Spara che ti passa” a “Kill Bill, senza scordare la serie tv “Revenge”, la vendicatrice va sempre forte.
Non male una battuta che Anita spara a proposito dei seni rifatti: «Non sono le tette grandi che rendono le donne stupide, ma le donne con le tette grandi che rendono stupidi gli uomini». C’è del vero. Anse se il film, scritto dalla regista con la “morettiana” Federica Pontremoli, sembra più un esercizio di stile, con tutte le citazioni e le canzoni al punto giusto, più una patina di burlesca immoralità che fa tanto cool.

Michele Anselmi

Lascia un commento