ANCHE ANNAUD BALLA COI LUPI. E LA CINA COMUNISTA LO PERDONA, ANZI LO INGAGGIA

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

«Noi umani siamo come i lupi, nel bene e nel male». Lo suggerisce Jean-Jacques Annaud, classe 1942, una cascata di riccioli bianchi e una parlantina mica male. Il regista di film come “Il nome della rosa” e “Sette anni in Tibet” sta per tornare in Mongolia, dove ormai è una specie di eroe nazionale. Uscito in Cina il 19 febbraio scorso, il suo kolossal “L’ultimo lupo” ha totalizzato circa un milione di spettatori al giorno, che è parecchio anche da quelle parti. Pare che il romanzo da cui è tratto, “Il totem del lupo” di Jiang Rong (Mondadori), sia in assoluto il più letto in Cina dopo il “Libretto rosso” di Mao e vai a sapere se è vero; ma certo ha dell’incredibile la storia di questo film il cui costo, in dollari, si aggira attorno ai 38 milioni.
Parola dello stesso Annaud: «Avevo sentito parlare di questo libro straordinario, pure letto qualche pagina. Era il 2007. Poi mi ero detto: “Peccato non poterne fare un film, in Cina sono detestato, non mi faranno mai girare lì». Tutto a causa di “L’amante” e “Sette anni in Tibet”, osteggiati dal regime comunista. Invece… «Invece dalla Cina sono venuti a trovarmi a Parigi.Un cinese gentile mi dice: “Lei ama la Mongolia, le minoranze e gli animali. Spero che amerete anche noi. Venga, la Cina è cambiata. E poi siamo persone pragmatiche, abbiamo bisogno di lei”. A quel punto sono subito andato».
“L’ultimo lupo” esce giovedì 26 marzo in Italia, targato Notorius, in circa 300 copie, molto supportato dal WWF per via del tema. Si parla, infatti, di lupi mongoli, una specie ormai in via di estinzione, molto venerata dalle popolazioni nomadi della steppa e invisa per anni alle autorità cinesi. Nel 1967, in piena Rivoluzione culturale, un giovane studente di Pechino venne spedito in quelle sperdute e gelide contrade per insegnare a scrivere e leggere ai pastori mongoli. Lì conosce la forza, l’astuzia e la pazienza dei lupi: «Muti e organizzati come Gengis Khan» sentenzia il vecchio saggio mongolo che parla da noi con la voce di Giorgio Lopez come il giapponese di “Karate Kid”. Solo che la Cina comunista ha bisogno di nuovi terreni agricoli per sfamare milioni di persone, e la sterminata Mongolia sembra una carta da giocare. Ma come mettere mano all’opera senza sbarazzarsi dei lupi predatori?
Questo il contesto storico, sul quale Annaud costruisce il suo spettacolone in 3D che si muove tra ecologia e leggenda, fiaba e ragioni di Stato, raccontando l’avventura di quello studente comunista, così affascinato dal lupo della steppa da addomesticare un cucciolo scampato alla mattanza e farlo crescere in cattività, con qualche effetto maldestro o addirittura tragico. Per convincere il capetto locale del Partito, Chen Zhen cita Mao: «Bisogna conoscere i tuoi nemici per sconfiggerli». Ma lui ha altri propositi in testa… “Balla coi lupi” docet (anche se qualcuno ha ribattezzato il film di Annaud “Appalla coi lupi”).
Ormai specializzato nel filmare bestie feroci, prima “L’orso”, poi le tigri di “Due fratelli”, Annaud scandisce: «Faccio film con gli animali per rendere migliore l’uomo». Si vede che i lupi mongoli gli sono entrati nel cuore. «Ho studiato il comportamento animale, con spirito da etologo. E ho scoperto come sono simili le nostre vite, almeno nei comportamenti basici, primari» aggiunge il regista. «Anche se, per essere precisi, nessun lupo farebbe a un lupo ciò che l’uomo fa ad un altro uomo. Siamo più feroci e crudeli. Lo insegnava Konrad Lorenz». Il film, due ore di panorami mozzafiato e nuvole a forma di lupo, di inseguimenti e trappole gelate, di ululati alla luna e cuccioli fracassati sulla roccia, vorrebbe ricordarci una semplice verità: ogni volta che l’uomo altera l’equilibrio della natura succede un disastro. «Non si cattura un Dio per farne uno schiavo» recita una battuta misticheggiante del film. Ma poi c’è la realtà. «Da quando i lupi sono scomparsi, uccisi a fucilate o con le bombe, la steppa è stata invasa dai roditori, che hanno reso più desertiche quelle terre, e la sabbia arriva fino a Pechino portata dal vento» sostiene Annaud. Il quale, un po’ per ridere e un po’ no, racconta di quel lupo capobranco utilizzato sul set, prima irriso dai suoi simili poi subito venerato dopo aver corso in un tunnel scavato nella terra. «Una scena che, se penso agli umani, ho visto molte volte all’Eliseo». E tutti ridono.

Michele Anselmi

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