Florence Korea Film Fest 2015: Ahn Sung-ki, K-War e molto altro

La Star Ahn Sung-ki e la rassegna sui K-War (i film di guerra coreani) sono state le due punte di diamante della 13esima edizione del Florence Korea Film Fest (20-30 marzo 2015), unico festival nazionale interamente dedicato alla cinematografia sudcoreana. Un’edizione di grande cinema, con ben 34 lungometraggi e 11 cortometraggi, la maggior parte dei quali in anteprima nazionale, capace di illustrare qualità e quantità di una cinematografia sempre più amata non solo nelle kermesse internazionali.

Oltre al grande divo del cinema orientale e la sezione ad hoc dedicata ai war movie, due notti horror e le due tradizionali sezioni della manifestazione: Orizzonti Coreani, dedicata ai film mainstream con titoli campioni d’incassi in Corea, e Independent Korea, che ospita quelle pellicole che non trovano spazio nella grande distribuzione. Ma procediamo con ordine.

Ospite d’onore è stato Ahn Sung-ki, che, con oltre 100 film in carriera, è senza dubbio una delle stelle più abbaglianti del cinema coreano di sempre. La retrospettiva ne ha scelti sette tra quelli più significativi in cui Ahn Sung-ki ha recitato come protagonista, dagli anni Ottanta ad oggi. Dalla collaborazione con Im Kwon-taek (Festival, Revivre), in cui Ahn ha dato corpo e voce a personaggi contrastanti, all’allucinata confusione esistenziale impersonata nei film di guerra (White Badge, Nambugun), ai ruoli dagli accenti più comico-grotteschi (Radio Star, Gagman), passando per personaggi insoliti (Unbowed), fino all’intensità del melodramma (Our Joyful Young Days). Uno spaccato parziale ma variegato sulle infinite capacità interpretative di questo grande attore coreano, sulla sua spiccata versatilità e sulla sua perenne ricerca di nuove strade espressive.

Sette anche i film del K-War, sezione che ha portato il cinema sulla linea del fronte in occasione dei cento anni dall’inizio della Grande Guerra e i settanta dalla fine della Seconda guerra mondiale. Una sezione per capire in che modo, dall’altra parte del mondo, è stata raccontata la guerra al cinema. Ma non solo. Tra i generi più popolari dell’industria cinematografica coreana, il film di guerra rappresenta uno degli strumenti più significativi per penetrare dentro l’immaginario politico-culturale di questo paese asiatico. La retrospettiva ha spaziato dai grandi affreschi nazionalisti e celebrativi come Taegukgi – Brotherhood of War ai laceranti e allucinati scenari di Silmido e The Front Line, dalla retorica pacifista di Welcome to Dogmakgol alla contaminazione con altri generi (Sunny) fino allo straordinario The DMZ, piccolo capolavoro per anni considerato perduto caratterizzato da suggestioni “neorealiste” così vicine a Germania Anno Zero.

Sospese tra innovazione e tradizione le due notti horror. È ormai arcinoto come la Corea del Sud sia una fucina pressoché inesauribile di film dell’orrore e per il festival sono state scelte due perle del genere: Live Tv di Kim Sun-Ung e Son Kwang-Soo, che, girato con l’iPhone, si inserisce su quel filone horror con macchina a mano inaugurato da cult come The Blair Witch Project o Rec di Balagueró, e Mourning Grave (esordio di Oh In-Chun), horror che poggia saldamente su quel sotto-genere che fonde l’ambientazione scolastica con il ritorno in carne e ossa di fantasmi in cerca di vendetta.

Tra gli Orizzonti (nove i film presentati) sono spiccati lo straordinario A girl at my door, esordio di July Jung, prodotto da Lee Chan-dong e presentato con successo all’ultimo Festival di Cannes, i riuscitissimi e divertenti pastiche di generi cinematografici Kundo di Yoon Jong-bin e A hard day di Kim seong-hoon (anch’esso presentato a Cannes), My Dictator, ovvero il nuovo film del regista di Castaway on the Moon, Man on High Heels di Jang Jin, film sul tema dei trans-gender sospeso tra il thriller alla Kim Jee-woon e l’introspezione alla Almodovar. Ma anche gli ultimi lavori di due registi tra i più noti a livello internazionale: One on one di Kim Ki-duk e Hill of Freedom di Hong Sang-soo, entrambi presentati all’ultimo Festival di Venezia.

Estremamente varia e interessante anche la sezione degli Independent (sei i film), che ha riservato un occhio di riguardo al tema dei social network con Socialphobia di Hong Seok-jae e il primo episodio dell’ omnibus Mad Sad Bad. Poi un coming of age dal gusto europeo, Set me free di Kim Tae-yong, uno straziante film sul tema del lavoro nelle periferie di Seoul, Alive di Park Jung-bum (che ricorda molto il cinema cinese di Wang Bing), ma anche un film sul morbo d’Alzheimer con Entangled di Lee Don-ku.

Ad aprire e chiudere il festival due lungometraggi di peso: il film che ha incassato di più nella storia del cinema coreano, Roaring Currents di Kim Han-min, con uno statuario Choi min-sik, e Haemoo di Shim Sung-bo, film sul tema dell’immigrazione prodotto da Bong Joon-ho.

Tommaso Tronconi
(Onesto e spietato) 

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