Ho ucciso Napoleone, una commedia (pseudo)femminista?

In Ho ucciso Napoleone Micaela Ramazzotti interpreta Anita, single e brillante manager in carriera. Le notizie della gravidanza e del licenziamento la spingono ad organizzare un piano di vendetta nei confronti degli uomini di cui è rimasta vittima: algida e sempre sicura di sé, si serve del timido e goffo avvocato Biagio (interpretato da Libero de Rienzo) per riconquistare il suo lavoro e la sua libertà di single senza figli. Ma l’imprevisto è dietro l’angolo e la donna senza scrupoli scopre che anche il «sofficino congelato» che ha al posto del cuore può gradualmente inteporirsi.

Negli ultimi tempi, registi quali Ivan Cotroneo, Sidney Sibilia e proprio Giorgia Farina sembrano quasi incarnare una new wave italiana commerciale: film (e fiction) quali La kryptonite nella borsa, Tutti pazzi per amore, Amiche da morireSmetto quando voglio e, non ultimo, Ho ucciso Napoleone hanno provato a porsi come esempi audiovisivi di buona cura formale, alla ricerca di una strada alternativa rispetto alla maggior parte delle altre “commedie”. Caratterizzati da un’estetica pop e cromaticamente satura, da inquadrature sbilenche e particolari, i loro film rappresentano un po’ un unicum sul versante visivo.

La settimana scorsa si è affacciato nelle sale italiane anche Fino a qui tutto bene, ultimo lungometraggio di Roan Johnson, che ha provato a descrivere, con qualche tocco di ingenuità, il periodo immediatamente posteriore alla laurea di cinque ragazzi che hanno vissuto insieme gli anni universitari. E ciò che lo rende realmente apprezzabile risiede proprio nell’ingenuità, nello sguardo fanciullesco e privo di particolari fronzoli. Quello che manca all’ultimo film di Giorgia Farina, forse, è proprio questa ingenuità di sguardo: il fatto che si tratti di un’operazione pseudo-femminista, ricca di contraddizioni disseminate nel corso di tutta la storia e che finiscono per minare la tenuta stessa del lungometraggio.

Del resto, la caratterizzazione stereotipata di tutti i personaggi cozza fortemente con l’assunto di base sbandierato più volte dalla Farina durante la conferenza stampa di presentazione: «Il mio obiettivo era quello di raccontare la vicenda di una figura femminile come non se ne vedono nel cinema italiano». Una figura femminile che finisce per incarnare i più standardizzati cliché di genere. E il twist ending che conduce alla conclusione non fa altro che confermare l’idea secondo cui questa falsa invettiva nei confronti della famiglia tradizionale nasconda, in realtà, la più totale adesione a quella stessa struttura.

Matteo Marescalco

Lascia un commento