PEGGIO UN FIGLIO GAY O UN FIGLIO PRETE? “SE DIO VUOLE” COMMEDIA ATIPICA SUL POLITICAMENTE CORRETTO

L’angolo di Michele Anselmi | Scritto per “il Secolo XIX”

Peggio un figlio gay o un figlio prete? La domanda è abbastanza priva di senso, ma nella stagione del “politicamente corretto”, nonostante papa Francesco sia ai vertici della popolarità tanto da meritarsi un quasi instant-movie di Daniele Luchetti, succede in “Se Dio vuole” che un cardiochirurgo ricco, arrogante, anaffettivo viva come una tragedia la scelta del figlio Andrea di entrare in seminario. Il professionista era preparato a un diverso “coming out”, e con lui l’infelice famigliola con attico terrazzato su Castel Sant’Angelo: insomma, un figlio omosessuale ci sta, ma sacerdote proprio no.
«Il mestiere del prete è anacronistico. È come fare l’arrotino, lo spazzacamini, lo zampognaro» esplode il cinquantenne Tommaso. Uno che si dice ateo e non vuole sentir parlare di miracoli nemmeno in senso figurato. «Non esistono i miracoli. Sono stato solo bravo» ringhia al suo assistente tartassato dopo un intervento complicato.
Chissà come andrà al botteghino, esce il 9 aprile in 350 copie distribuito da 01-Raicinema e prodotto da WildSide, il cine-esordio di Edoardo Falcone, già sceneggiatore di film non proprio memorabili, qui coadiuvato alla scrittura dal veterano Marco Martani. Curioso debutto, e di sicuro la parola Dio nel titolo non è di quelle che garantiscono incassi sicuri; e tuttavia la commedia interpretata da Marco Giallini, Alessandro Gassmann e Laura Morante si staglia con un pizzico di originalità nel panorama italiano, non fosse altro per il tema che suggerisce, sia pure con le modalità e le lepidezze di un filone romanesco, alla Massimiliano Bruno per intenderci, ormai affaticato e spremuto.
Spiega il regista: «Conosco tante persone che si reputano aperte, democratiche, illuminate. In realtà sono totalmente incapaci di mettersi in discussione, facili al pregiudizio, nel fondo conservatrici. Inorridiscono se sentono parlare di Gigi D’Alessio. Volevo metterle un po’ alla berlina, sfotticchiarle». Ma poi c’è l’irrompere della religione. «Sì, un argomento a me caro, personalmente: quello della fede, della spiritualità. Il mio non è un film devozionale, parlo di cattolicesimo solo perché siamo a Roma». Probabilmente “Se Dio vuole” non dispiacerà al Vaticano, come in fondo non dispiacque “Io, loro e Lara” di Carlo Verdone, incentrato su un altro prete eterodosso. Ma poi che cosa importa? Il prete in questione qui si chiama don Pietro Pellegrino, come il sacerdote incarnato da Aldo Fabrizi in “Roma città aperta”, e bisogna riconoscere che il cinquantenne Gassmann lo interpreta con amabile grinta popolana, anche nell’uso del dialetto. Per l’occasione l’attore-regista si è fatto crescere barba e capelli, un po’ l’opposto di quanto fece Nanni Moretti ai tempi di “La messa è finita”; e si diverte sin dal suo apparire in scena a connotarlo come “un prete di strada”, vagamente alla don Mazzi, carismatico e gioviale, anche se nasconde un segreto. E proprio su quel segreto il cardiochirurgo vorrebbe far leva, in chiave di ricatto, ritenendo quel prete sui generis “colpevole” di aver spinto il figlio a prende i voti. Che dite: Tommaso alla fine cambierà nel rapporto col sacerdote?
Scandisce Gassmann, che nel frattempo ha fatto pace con la sottosegretaria ai Beni culturali Francesca Barracciu: «Don Pietro è un prete terreno, concreto, diretto, che si sporca le mani, piacerebbe di sicuro a papa Francesco. Ne ho visti alcuni così in un campo profughi giordano durante un mio recente viaggio come “goodwill ambassador” per conto dell’Onu. Lui ha la fortuna di avere una fede certa, salda, cosa che purtroppo io non ho». C’è sempre tempo, anche papa Vittorio in tarda età scoprì Dio e lo coltivò. Mentre Giallini, liberandosi da un certo cliché borgataro e cialtrone, qui dà corpo a questo chirurgo anaffettivo e antipatico, simile al Sordi-Tersilli del secondo “Medico della mutua”, ma certo ferrato nel mestiere. «Molta scienza e poca coscienza» dice l’attore del personaggio. Giallini ha due figli maschi, e sul dilemma sollevato dal film la pensa così: «Mah, ognuno fa le proprie scelte. Basta che non diventino laziali… Anche se l’essere omosessuale non è una scelta. Diventare prete invece sì». Resta un po’ misteriosa, anche perché suona come una scemenza ieri come oggi, la citazione da Franco Battiato sui titoli di testa: «Deduco dal Vangelo / che è meglio un imbianchino di Le Corbusier». Meglio “Cose” di Francesco De Gregori che ascoltiamo sui titoli di coda.

Michele Anselmi

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